Bayeux tapestry

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mercoledì 7 dicembre 2016

I bellatores. La masnada di Ademar.

<<Potete chiamarli Guardie di Palazzo, 
Guardie Cittadine o Guardie e basta. 
Qualunque nome abbiano, in ogni opera di genere fantasy-eroico
 il loro scopo è lo stesso: più o meno al capitolo 3 (o dopo 10 minuti di film) irrompono nella stanza, attaccano l'eroe 
uno alla volta e vengono massacrati.
Nessuno chiede mai se sono d'accordo.
Questo libro è dedicato a quei nobilissimi uomini.>>
                                            (Dedica del romanzo "A me le guardie" di T. Pratchett)

"L'immaginazione ci rende umani, non l'intelligenza." Grazie, Terry Pratchett.

Per parlare di "coloro che combattono" ho deciso di evitare la solita analisi su come si diventava cavalieri, descrivendo l'addestramento, le parti dell'armatura, come combattevano e quant'altro. Internet ne è pieno zeppo, e in molti casi si trovano approfondimenti di vero pregio.
Alzi la mano chi non ha mai visto un'immagine di questo tipo... 
Come avrete potuto intuire, vorrei invece occuparmi di una categoria di combattenti lasciata in ombra dai cronisti -e di conseguenza scarsamente analizzata dagli storici-.
Vi siete mai chiesti chi siano quelle figure pronte a intervenire al grido di "Guardie, portatelo via!" oppure "Uomini, buttate giù quella porta!". O ancora, una delle più gettonate dai signorotti rissosi: "Guardie, a me!". Ma chi erano queste guardie, questi uomini
Per certo non somigliavano al moderno servizio di vigilanza privata che il cinema ci ha mostrato per decenni: tutti in divisa, con livrea baronale e armi identiche. Cominciamo subito con il dire che questo tipo di guardie non ha nulla di medievale. Non c'erano proprio, nei castelli, piantoni arcigni a ogni angolo, sotto l'immancabile torcia. 

"Lady Marionn, ho appena stipulato un contratto con l'istituto di vigilanza più grande di Nottingham. Le vostre scappatelle sono finite!"

Procediamo con ordine, ripartendo dall'articolo introduttivo. Quando Adalberon usa la parola bellatores non si riferisce alla totalità degli abili alle armi. Non pensa certo ai mercenari bretoni valenti sia a cavallo che a piedi, né ai brabantini feroci che tutti vogliono assoldare. Egli parla di chi non solo fa della guerra la sua professione ma è anche in grado di scatenarla, di condurla.


Il suo pensiero è rivolto ai pezzi grossi, che il re dovrebbe controllare e governare, così che essi, spronati dal buon esempio regale, possano davvero contenere i proprio subalterni. Il mondo di Adalberon però è caratterizzato da una moltitudine di signorotti locali che si atteggiano a imperatori dall'alto dei propri torrioni e minano le fondamenta dell'unità cristiana. Nelle fonti si trova spesso riferimento a questi comandanti di una fortificazione, cavalieri isolati ma non per questo inermi, fautori del proprio -a volte breve- destino. L'abate Sugerio, per fare un esempio dei più famosi, nella sua biografia di Luigi VI il Grasso racconta con nitidezza di dettagli l'interminabile lotta di contrasto a questi signori. I termini più diffusi con cui li si identifica sono principes castri, castellanus, vicarius castri. Parole che attestano un ruolo ben preciso e specifico. A volte questo ruolo è temporaneo e affidato da un superiore, e in qualche modo la situazione è sotto controllo (o quasi), altre volte il castellano è una sorta di tiranno che si impone sugli abitanti locali in assenza di superiori autorità. Qualunque sia l'origine della forza di quest'uomo al comando di un castello, egli non è mai solo, ha un seguito con sé -soprattutto se deve alla forza il potere che esercita-.

Da che mondo è mondo è sempre bene tenere sotto controllo chi ti costruisce casa. E preventivare spese extra.

Gli abitanti del suo "personale regno" sono numerosi, alcuni giuridicamente liberi, altri veri e propri schiavi. La maggior parte di essi si trova però fra i due estremi, in un regime di servizio e quando vivono nella sua casa ci si riferisce loro con il termine mansionati.

Etimologia: ← lat. volg. *mansionata(m) ‘insieme di servi che abitavano nella casa del padrone’, deriv. di ma(n)sĭo -ōnis ‘casa’.

Mansionata, da cui Masnada, indicava quindi, almeno testualmente, l'insieme dei servitori della casata. Il fatto che una parte di questi uomini "al servizio" fosse armata e provvedesse alla sicurezza del proprio signore è importante per comprendere quanta differenza vi sia fra il concetto di servo nel XII secolo dall'accezione negativa di oggi. Chi mai affiderebbe la propria sicurezza a un "servo", qualcuno che immaginiamo desideroso anzitutto di ottenere la propria libertà, piuttosto che preoccuparsi per l'incolumità altrui? La mentalità era molto diversa all'epoca, essere fra i "servi" poteva garantire un tenore di vita molto superiore rispetto a un massaro libero di coltivare un manso sterile.  

Quando utilizziamo la parola masnada intendendo con essa i guerrieri al servizio di un potente, non dobbiamo fare confusione con le forze che un nobile poteva adunare a sé dalle proprie terre. Occorre distinguerla dalla totalità della milizia di un signorotto medievale. Essa ne è parte, certo, ma non identifica l'intera forza militare. Un nobile guerriero, un conte, un duca, poteva radunare un esercito richiamando gli uomini a lui legati a vario titolo: alleati giuridicamente suoi pari, milites secundi suoi vassalli oppure fideles -come i ligi-. Questi uomini portavano a loro volta con sé dei propri armati, e così via. Ogni dominus aveva degli uomini addestrati a combattere al proprio servizio. Essi erano dei guerrieri che vivevano a stretto contatto con lui, lo seguivano in guerra, a caccia, negli spostamenti. Amministravano con lui, o per lui, la giustizia. 

La giustizia del castellano... 

Erano al suo servizio 24 ore su 24. E proprio perché a servizio venivano detti servientes (parola che muterà in sergenti assumendo significato esclusivamente militare)
 per distinguerli dai milites, i bellatores, ma non per questo meno addestrati o inferiori a prescindere. La masnada guerriera ebbe dunque carattere di servitù; chi ne faceva parte aveva un legame subordinato, non del tutto immutabile, con chi comandava. (Rimando su questo punto al preciso Claudio Fiocchi, Dispotismo e libertà nel pensiero politico medievale. Bergamo, 2007). 

Gli scherani venivano anche detti domestici ed è interessante notare come nel tempo ci sia stato uno scambio di sostantivi fra i servitori (mansionati) di una casata: da una parte il termine domestici traslò ai camerieri, ai cuochi e alle figure classiche di servizio, mentre la masnada divenne sinonimo di combattenti assumendo accezione sempre più negativa fino a identificare ladri, malfattori e assassini, a causa dell'uso vessatorio che queste bande facevano della propria forza.

Non esiste, al giorno d'oggi, un solo documento che faccia luce in modo chiaro e inequivocabile su come fosse composta questa banda di combattenti, come venissero reclutati, retribuiti, dismessi, sostituiti. Si avanza nel campo delle ipotesi. Ma vi sono diversi indizi sparsi fra i testi più disparati, dalle chanson de geste ai lasciti testamentari, alle manomissioni o negli atti matrimoniali. Partendo da queste piccole tracce ho provato a immaginare il seguito armato di un dominus. Dame e messeri, ecco la schiera di Ademar detto il Leone, protagonista di Forgiati dalla spada.

Inizi del XII secolo, Francia centro-settentrionale. Ademar ha contratto un favorevole matrimonio con la giovanissima figlia di un vassallo di Hèlia, conte del Maine.



Da questa unione ha ricevuto delle proprietà sulle quali egli esercita il banno, non potrebbe essere altrimenti perché il conte è lontano mentre le esigenze di gestione del territorio richiedono tempi celeri. Nel governare non è solo, ma affiancato da un prevosto di nome Albertus, abile a far di conto e redigere atti e ha inoltre un laico uomo istruito Cerdan di Aguemort, il quale si occupa della Grande Sala, del guardaroba e sovrintende alle stalle, ricoprendo quindi  le cariche di ciambellano, e marescalco (in latino comes stabuli). Diversi ruoli vengono svolti dalla stessa persona perché quella di Ademar è una signoria castellana piccola. A noi sono pervenuti i resoconti dei grandi signori feudali -degni di attenzione per le cronache- dove ogni ruolo era ben definito fra i servitori. I castellani minori mutuavano il sistema di gestione dei Principi, ma in forme più piccole e ufficiose, dense di particolarismi propri di una cultura comunque isolata e in buona parte "fai da te". 

Siamo però qui per il braccio armato di Ademar, ve li presento. Egli ha un solo pari, per così dire, nelle sue terre: Oudin detto il Vecchio. Questi era un cavaliere del suocero di Ademar, infeudato in una piccola proprietà ceduta con la dote al pari delle altre terre. Quando Ademar ha acquisito il controllo di quei possedimenti Oudin è divenuto suo vassallo diretto. Egli è in una categoria giuridica ben precisa, quella dei valvassori o anche, secondo altre fonti, milites secundi. Il rapporto fra i due è interessante ma rientra in un discorso diverso, quello del auxilium et consilium, di cui parlerò in un diverso approfondimento. Andiamo alla masnada: il miglior guerriero di Ademar è Benet. Questi è il figlio illegittimo di un cavaliere del nord, addestratosi insieme agli altri giovani del castello e poi messo alla porta una volta raggiunta la maggiore età -tanto gli dovevano-. Ha incontrato Ademar quasi per caso e da allora si è legato a lui, ricevendo come premio l'addobbamento, la vestizione. Non dobbiamo immaginarci una cerimonia regale, ai livelli di Ademar si tratta di pochi gesti, una sorta di patto di sangue fra uomini rudi avvezzi alla battaglia. Un altro uomo legato in maniera forte al sire è Lothar di Sangerard, terzogenito di una famiglia che si attribuisce nobili origini e lo ha spedito nella Sala di Ademar per ricevere addestramento (in realtà, mancando il giusto contatto con un centro religioso adatto, l'unico modo per non far morire di fame il giovinetto era quello di spedirlo lontano). Lothar a sua volta ha ricevuto le armi e le vesti con una cerimonia ufficiale. Non ha poi lasciato la casa di Ademar, rimanendo come domestico. Sono diversi dallo stereotipo dei cavalieri che spesso immaginiamo, quelli del "prima paggio, poi scudiero, poi cavaliere"; quelli che partono alla ricerca di un posto nel mondo, erranti fra giostre e tornei.

"Passami la lancia da 9."
Ademar era così, ma non a tutti è dato un simile destino. Egli ha un seguito, di uomini addestrati a combattere al suo fianco, e di sicuro non è gente di primo pelo, o degli inetti. Lo consigliano, oltre che servirlo. Dormono tutti insieme, nelle fredde stanze dentro le torri, oppure nella Grande Sala dopo aver mangiato narrando storie, giocando a scacchi, lottando a mani nude. Quando Ademar va alla guerra i cronisti parlano di lui, di Oudin, di Stephane Lonbranch che è un suo alleato, perché essi sono i milites dell'ordo militum. Ai loro seguiti non si fanno che brevi accenni. Benet e Lothar non hanno menzione specifica: sono a volte servientes, a volte ribaldi. Ai due, che hanno come caratteristica principale aver appreso l'arte del combattimento a cavallo, si aggiungono altri, più giovani. Martial e Dettor, figli di uomini liberi abitanti nelle terre di Ademar. Proposti dalla famiglia, o da lui "arruolati" a tempo indeterminato, verranno addestrati dagli altri. Impareranno a cavalcare per tenere il passo degli altri ma è troppo tardi perché possano caricare rancia in resta. Si specializzeranno nel combattimento a distanza e nelle azioni di supporto.
C'è anche un altra categoria di soldati al fianco del sire: da quando si è insediato nei suoi possedimenti Ademar ha dovuto adeguarsi alle usanze dell'élite guerriera. Egli ha accolto in casa sua un giovane rampollo, il figlio primogenito del cugino della sua sposa, Gustaver, spedito là dal padre perché possa essere educato senza intromissioni famigliari. Forgiato, potremmo dire, dalla spada. Egli ne farà un guerriero ma questi, pur servendolo per tutto il tempo necessario alla sua formazione, una volta divenuto uomo non farà più parte del nucleo armato perché il suo destino non è quello di servire per la vita, ma di apprendere l'arte del comando, per poi essere a sua volta servito. 
Un gruppo piccolo, che in caso di guerra viene rinforzato dagli alleati, dalla leva contadina, dagli specialisti e dai mercenari, denaro permettendo. Le "guardie!" sono loro. Si alternano nei turni di sentinella nelle torri e nelle fortificazioni sparse qua e là e soprattutto nel castello di Ademar.

Nel 1106 costruivi in pietra solo se eri un nababbo, o se i romani ti avevano fatto la gentilezza di lasciare ruderi nei pressi delle tue proprietà.

Sono il servizio d'ordine del dominus, ne eseguono gli ordini, combattono al suo fianco (o alle sue spalle, quando questi è in un conroi di suoi pari, nelle poche, principali, battaglie campali del periodo), vegliano sul suo sonno.



Per concludere voglio mostrarvi questo spezzone tratto dal film di Pupi Avati "I cavalieri che fecero l'impresa". Eviterò qui di inserirmi nella diatriba su quanto questo film abbia di filologico, quanto di allegorico e quanto di errato (magari aprirò una sezione film più in là). Quel che mi preme è mostrarvi quella che ritengo essere un'ottima rappresentazione cinematografica di una plausibile masnada guerriera: Ranieri di Panico e i suoi "lupi rapaci".