Bayeux tapestry

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martedì 27 dicembre 2016

Milano e i capitanei. Genesi delle famiglie di milites del comune.


Avete presente quella sensazione di meraviglia che si prova nell’esaminare internamente un meccanismo il cui funzionamento diamo per assodato e scoprire invece circuiti, collegamenti, ingranaggi e brugole che nemmeno ci saremmo aspettati?

Funziona così anche con la ricerca storica. Ogni volta che approfondisco un qualsiasi argomento mi sento proprio come quel bambino al quale il semplice girare del trenino elettrico non basta più, e vuole sapere perché la motrice si avvia girando l'interruttore su ON.





Prendiamo per esempio l’epoca comunale: Si potrebbe riassumere l’intero periodo con una frase che vada da “Mancando un governo centrale forte… “ a “… I cittadini presero a governarsi da soli”. Riprendendo l’esempio di prima questo potrebbe essere il nostro trenino che gira sul tracciato. Perfetto, continuo. Anche troppo semplice, diciamolo. Domandarsi quali formule, quali movimenti sociali, di popolo o di élite, abbiano davvero portato alla formazione delle prime autonomie cittadine ha la stessa valenza del prendere un giravite, fermare quel benedetto treno dal movimento ipnotico, e smontarlo tutto per carpirne i segreti.
E questo, in piccola e modestissima parte, voglio proprio fare oggi. Partiamo da un testo di circa seicento anni fa, mese più mese meno.

Erat tunc mirabilis pax in Civitate Mediolani sed ecce Capitanei portarum sex Civitatis Mediolani, qui erant vassalli archiepiscopi, cogitaverunt omnino dominium Ducum, quod a tempore Beati Ambrosii usque ad ista tempora duraverat, seu annis 900 annullare: unde Capitaneus unius porte usurpavit ius staterae, alter capitaneus ius furni, alter capitaneus aliam dignitatem, sique dominium Ducum fere annullatum fiut.


“Vi era dunque una pace meravigliosa fra la cittadinanza di Milano ma ecco che i capitani delle sei porte della città (di Milano), che erano vassalli dell’arcivescovo, pensarono di annullare [nel senso di usurpare, non annullare] completamente il potere dei Duchi che perdurava dal tempo del Beato Ambrogio, ossia 900 anni [in realtà Ambrogio visse nella prima metà del IV secolo d.C.]: da cui il Capitano di una porta usurpava lo ius staterae [il diritto a stabilire i prezzi], il successivo capitano lo ius furni [ossia la tassa per l'utilizzo dei forni per il pane], il successivo capitano un altro diritto, sicché il potere dei Duchi fu del tutto cancellato.”



Le sei probabili porte secondo una mia personale ricostruzione basata sugli scritti del cronista Arnolfo autore del Gesta Archiepiscoporum Mediolanensium e di Landolfo Seniore Historia Mediolanensis.

Il testo che avete appena letto 
rende bene l’idea della trasformazione che stava avvenendo in quegli anni in Italia. Chi scrive è frate Galvano Fiamma, autore di una cronaca cittadina scritta nei primi decenni del XIV secolo e occorre subito fare una premessa: oggi non si ritiene più attendibile la sua ricostruzione, troppo lacunosa e addirittura contraddittoria in diversi punti, però in questo caso specifico le sue parole nascono dall’analisi di un testo quasi "sacro": la Historia Mediolanensis di Landolfo Seniore. .

Enim huius causa belli duces,[...] per quandam negligentiam amisso dominio. Itaque universus populus reverentiam et debitum, quod ducibus impendere solebat, puacis capitaneis, qui duces sublimeverant, exigebant.

"Infatti a causa della guerra... Per negligenza i duchi lasciarono andare (smisero di esercitare NdA) il potere. Cosicché il popolo nella sua interezza rendeva obbedienza e tributo, che era solito versare ai duchi, ai pochi capitanei che i duchi stessi avevano elevato (autorizzato in loro vece NdA)."

La differenza maggiore nella versione posteriore del Fiamma è che lui attribuisce a un’usurpazione l’accentramento di poteri nelle mani dei capitanei mentre Landolfo parla di un passaggio più equilibrato e quasi nella continuità, ma non potrebbe fare altrimenti visto che è contemporaneo proprio di quelle famiglie che, in un modo o nell’altro, si ricavarono il proprio spazio nel vuoto dato dalla lontananza geografica ma anche culturale, dell’Impero.
Personalmente propendo per una versione meno soft di cambio della guardia, immagino sia stato un affermarsi con la forza quella dei capitani cui si fa accenno. Essi erano infatti dei potentes, proprietari di terre che fornivano rendite cospicue, ma anche milites, comandanti di guerrieri permanentemente al loro servizio (vedi masnada) e dunque in grado di imporre la propria volontà. 

Miles della metà del XI secolo. Ringrazio l'associazione Speculum Historiae per la disponibilità a utilizzare la foto.

Potremmo definirli, con molta cautela e solo per comprenderne meglio il ruolo, come dei capi tribù di una regione priva di governo centrale. Piccoli imperatori dentro casa loro.

Attenzione ora, riprendo direttamente dal testo qui erant vassalli archiepiscopi. Questo è un passaggio chiave per l’intero articolo. Essi erano vassalli di Vescovi e Arcivescovi. Nel caso specifico dell’Arcivescovo Ariberto, dato che il testo è del 1039. Perché è importante sapere che fossero legati da vincoli al vescovo? Per diversi motivi che poi costituiranno le fondamenta della nascita dei primi comuni. L’autorità del metropolita ha impedito per secoli che uno di questi influenti capipopolo potesse accaparrarsi il controllo totale della città. Ma non solo, basti pensare alla fiera opposizione dei vescovi a Arduino -decisiva alla definitiva caduta del signore d’Ivrea l’opposizione del vescovo Arnolfo di Milano, nel 1014- per farsi un’idea di quanto potere essi, signori delle città, detenevano e con quanta efficacia proteggessero i propri privilegi, appoggiando imperatori lontani contro i tentativi di accentramento locali.
 
Incoronazione di Arduino d'Ivrea, da il Sacramentario di Varmondo, f 2

Ritorniamo però all’argomento di questo articolo: nell’ambiente cittadino il cerchio entro il quale muoversi era davvero esiguo, e se gli scontri fra famiglie erano comunque all’ordine del giorno i risultati – quando ce n'erano – potevano davvero contarsi in poche decine di metri di terreno urbano controllato in più, o nell’acquisizione di una rendita dal contado, il possesso di un mulino e così via. Politicamente – con tutte le eccezioni del caso, chiaro – l’essere sotto la volontà del vescovo ha comportato una sorta di livellamento verso l’alto, una necessità di adeguarsi in un sistema basato sulle assemblee -di pochi-, sotto la direzione di uno a sua volta sottoposto all'autorità sia del papa che dell'imperatore. L’essere dunque vassalli del vescovo, negli anni embrionali dell’età comunale, è l’elemento chiave, il motorino interno della locomotiva, perché egli era l’autorità cittadina più ascoltata dato che intorno a tali figure trovò speranza il popolo nei secoli più duri della nostra storia. Il suo potere era tanto spirituale quanto temporale, fattivo; le sue ricchezze immense, e di conseguenza anche l’influenza politica, sociale (la costruzione di opere pubbliche, in primis le cattedrali, che davano lustro ma anche lavoro, era una delle attività principali di cui si occupava un vescovo) e militare. Ma dato che tutto questo terminava fuori appena fuori dalle mura urbane ecco che si creava una sorta di stasi anti-tiranno, un blocco dove per forza di cose a comandare dovevano essere, pur pochi, comunque in tanti e mai nessuno prevaleva,

Abbiamo trovato il motorino, dunque, ma cosa sono tutti quei fili elettrici? E quelle resistenze? Non è certo così semplice, questo piccolo trenino. Vediamo meglio…

Non siamo ancora al governo di “popolo”, una parola, questa, dalle varie sfumature. I boni homines dovranno ricavarsi il proprio spazio e lo faranno sfruttando anch’essi la figura del vescovo ma in chiave tutt’altro che di servizio e clientelismo. A partire da papa Gregorio VII, infatti, iniziò una sorta di riassestamento globale del corpo ecclesiastico: uno dei bersagli di questa riforma furono proprio i vescovi divenuti più simili a laici conti che a pastori di anime, per forza di cose mi verrebbe da dire vista la grande libertà di manovra che ebbero nei secoli precedenti. I movimenti pauperistici misero in seria difficoltà le autorità cittadine che si andavano costituendo le quali oltretutto, nella speranza di mantenere inalterati i propri stili di vita, si dichiaravano fedeli agli imperatori germanici -più che altro formalmente dato che nessuno restituì i poteri usurpati-.

Una bella sommossa popolare; giusto per movimentare la noiosa routine del XI secolo... 
I cittadini abbienti ma slegati dal sistema vassallatico, si misero alla testa delle numerose ondate di moti popolari, organizzarono (a proprio vantaggio) gli esclusi e in breve ruppero l’equilibrio capitanei-vescovo dando il via alla realtà comunale e al governo “popolare”, composto in genere da un consiglio cittadino posto sotto la direzione dei consoli, che dovevano coordinare le attività quotidiane, e che molto spesso erano coadiuvati da esperti “esterni” alla cittadinanza, giuristi itineranti che portavano la propria sapienza e la propria imparzialità – o almeno, avrebbero dovuto farlo.

Per concludere vi lascio con un paio di doverose precisazioni. 


La prima è che non dobbiamo dimenticare che l’autorità del vescovo rimase comunque forte ancora per molto tempo. Sua la cavalleria che coadiuva (o contrasta, quando in disaccordo) la militia civitatis. E non è raro che sia suo il palazzo nel quale si amministra la città, almeno fino alla conclusione del XII secolo. La situazione muterà in maniera più radicale e concreta solo a partire dalla Pace di Costanza, nel 1183, la quale è utilizzata anche per indicare la conclusione della prima fase comunale.

La seconda è più un'avvertenza a non ritenere il discorso generalista. Ogni città ebbe la sua storia, e se è comunque possibile ravvisare similitudini, ogni "piccola locomotiva" costituisce un mondo a sé, una volta aperta -e questo non può che stimolare sempre nuove ricerche sul territorio-.