Bayeux tapestry

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mercoledì 25 gennaio 2017

Prode Stamira, vedova guerriera!


Eadem autem hora venit quedam femina vidua, nomine Stamira,

In quello stesso momento arrivò una vedova, di nome Stamira,

Così, nel Liber de obsidione Ancone, entra in scena la misteriosa eroina Stamira. Il resto del testo racconta l'azione da lei compiuta

et apprehendes amabbus manibus mannariam divisit propere ipsum vegeticulum, currensque postea faculam accendit et eam tamdiu, videntibus universis, tenuit inter hedificiorum ligna, donec focus vires potuit proprias exercere, sicque combuste sunt machine ac pedrerie per audaciam viraginis [...]

e afferrando a due mani una mannaia (mannariam nel testo, manuariam nel latino canonico) spaccò rapidamente il recipiente stesso, e poi correndo accese una fiaccola e, alla vista di tutti, la tenne negli edifici di legno, finché il fuoco poté esercitare la propria forza, così che furono arse le macchine e le petriere per l'audacia di un'eroina [...]

Poi più nulla. La temeraria vedova, più coraggiosa di tutti gli uomini che avevano preso parte alla battaglia di quel giorno, non avrà più spazio in alcuna cronaca a noi pervenuta. Tornerà nell'oblio dal quale era balzata fuori, una fiaccola in mano e una scure nell'altra (Come a Tortosa. La connotazione femminile dell'ascia andrebbe approfondita da ulteriori ricerche... )

Ancona riprodotta dal cartografo Fontana, nel XVI secolo.
Il contesto storico in cui l'azione si muove è quello dell'assedio di Ancona da parte dell'arcivescovo Christian I von Buch, noto alle cronache italiane come Cristiano di Magonza. Nel 1173 l'imperatore Federico Barbarossa, ai ferri corti con mezzo mondo, decide una mossa che avrebbe potuto spostare l'ago della bilancia  a suo favore: assediare la Repubblica di Ancona, colpendo così il lontano avversario Manuele I Comneno, basileus dell'impero bizantino ma, soprattutto, offrendo la mano a Venezia, fino a allora sua avversaria nella lotta ai Comuni d'Italia. Venezia mal tollerava l'indipendenza commerciale della rivale, al punto che quando i delegati imperiali garantirono la massima priorità  dell'impresa nell'agenda imperiale il doge Sebastiano Ziani comandò l'invio di una flotta a supporto dell'assedio. Flotta che occupò il porto in maniera che sarebbe potuta rivelarsi decisiva se non fosse che via terra le cose non si svolsero come gli imperiali avevano sperato. Bloccati i tentativi di prendere la città con un assalto, perdute -a quanto pare per mano di Stamira- le macchine da getto che avrebbero potuto non solo aprire brecce nelle mura ma fiaccare gli animi dei difensori, non restava che la carta della resa per fame. Non fosse che gli anconetani riuscirono a inviare drappelli alla ricerca di aiuto, ricevendone dalla contessa di Bertinoro Aldruda dei Frangipani, potente casata del Cesenatico e dal duca Guglielmo dei Marcheselli di Ferrara. I due sconfissero le armate imperiali e la flotta di Venezia si ritirò mestamente verso nord.

Il brano di Stamira è tratto dalla pagina 122 del testo digitalizzato del cronista quasi coevo contemporaneo Boncompagno da Signa, poche righe e nulla più. Dalle parole così dense di immagini, evocative come la narrazione orale di un sopravvissuto, scopriamo una vedova coraggiosa che con il suo coraggio renderà immortale il proprio nome, ma nient'altro di lei. Non conosciamo la storia di Stamira, né prima né dopo l'assedio. Addirittura, nel XVIII secolo il Muratori, ecclesiastico e storico che dedicò quasi tutta la vita alla ricostruzione degli eventi storici della nostra penisola, volle interpretarne il nome come di derivazione greca, Stamyra, fatto questo che ha poi portato alla trasformazione in Stamura e all'attuale duplice valenza dei due appellativi. Boncompagno scrive Stamira, e a lui mi atterrò, anche se l'ipotesi orientale, visti i rapporti molto stretti fra Ancona e L'impero Bizantino all'epoca, resta comunque affascinante per quanto poco probabile.

Per quanto riguarda l'azione militare vera e propria possiamo dedurre alcuni dettagli, affidandoci alla narrazione di Boncompagno.
Quando le truppe imperiali si mossero verso la città la milizia anconetana uscì dalle porte e attaccò con ardore, e scarsa disciplina.

L'artiglieria doveva essere schierata, presumibilmente, nella zona fra Palombella e Vallemiano.

Si creò una mischia furibonda e confusa, colpa anche dell'estrema eterogeneità delle forze imperiali, composte da tedeschi, italiani (gli abitanti della vicina Osimo su tutti), normanni, dalmati e altre genti differenti per lingua e cultura militare. In qualche modo le forze di Ancona riescono a circoscrivere il combattimento nella zona delle macchine da getto: gatti, onagri e mantelletti di protezione venivano solitamente disposti con ordine secondo il terreno e le necessità strategiche.


Dato che la maggior parte di questi mezzi ossidionali venivano montati (se non direttamente costruiti) sul posto si tendeva a concentrare operai e mastri d'ascia nel lavoro in un'unica zona di facile difesa, non troppo a ridosso delle mura ma chiaramente abbastanza vicini per tempestarle di colpi. Viene quindi spontaneo tentare di distruggere tutto il "parco d'artiglieria".


Barilotti pieni di materiale infiammabile giungono dalle retrovie delle forze combattenti ma dato che la battaglia ha preso una piega confusa e indefinita con tutta probabilità in alcuni punti si pensava di essere prossimi alla vittoria, in altri alla sconfitta, così che gli incendiari si ritirarono prima di aver compiuto l'opera. Interviene allora Stamira, presente dunque alla battaglia e vicina alla linea degli scontri. Perché? Sono sicuro che si trovasse insieme agli armati, e non fosse l'unica donna o comunque non combattente, perché una battaglia medievale, quando non una scaramuccia di infimo ordine, coinvolgeva decine di figure diverse, non solo combattenti, e si dipanava nell'arco di un tempo abbastanza lungo perché si verificassero delle pause, dei momenti di stallo: alcuni combattenti si ritirano per riprendere fiato e bere, altri li sostituiscono, magari dopo essere stati bendati e ristorati. In pratica c'è tutta una logistica, molto improvvisata, dietro la schiena che se le da di santa ragione. Stamira, da vedova e quindi indipendente -forse anche sacrificabile, sotto un certo punto di vista opportunista- era lì, vicinissima alle macchine d'assedio. Vede la fuga degli uomini, afferra un'ascia e una torcia e va a completare il lavoro che, ci ricorda Boncompagno, era pericoloso per il tempo che impiegavano a incendiarsi le assi e le pulegge dell'artiglieria lignea, nonostante impregnate di infiammabili liquami. Lei coraggiosa attende e nessuno la ferma -a mio parere- perché gli anconetani stavano vincendo lo scontro; non erano in grado, complessivamente, di esserne certi, e questo spiegherebbe i tentennamenti di prima, ma infine la giornata è vinta. Oltre a aver scongiurato l'attacco, aver portato entro le mura intere carcasse dei cavalli uccisi con i quali nutrirsi, si ottenne l'incredibile successo di aver distrutto i mezzi di tormento imperiali, riducendo le capacità ossidionali dell'esercito tedesco. Chissà come si sarebbe conclusa la vicenda se oltre alla fame vi fossero stati i bombardamenti imperiali a fiaccare i difensori?

Comunque si siano svolti i fatti, il mio è solo un tentativo di fornire uno scenario ipotetico ma plausibile, Stamira riuscì nell'impresa e ancora oggi il suo nome è ricordato nel capoluogo marchigiano con commozione e sincero affetto, al punto che il corso principale della città è a lei intitolato e non è raro, passeggiando per la città moderna, trovare locali e attività commerciali che rievochino il suo nome.