Bayeux tapestry

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giovedì 16 febbraio 2017

Caccia all'unicorno!

Sono qui da un paio d'ore, davanti alla tastiera a pensare "Ehi, ma davvero sono stato in Scozia?". I ricordi si intrecciano fra loro e ho come la sensazione di aver subito un impianto cibernetico di dati, un po' come accade al Johnny Mnemonic. 




Tanto medioevo da raccontare e la prima cosa che mi viene in mente è un racconto cyberpunk? Ok, adoro il cyberpunk, in tutte le salse, e William Gibson è un grande ma... Un attimo. Ecco. William, non Gibson, ma Wallace. Il flusso di pensieri stava suggerendo da dove partire. Sabato 11 è stata una giornata on the road da circa 600 km, spesi per raggiungere, dalle Highlands, i luoghi resi immortali dagli scontri contro la monarchia inglese sul finire del XIII secolo: Stirling, Falkirk, Bannockburn. E proprio il castello di Stirling ha, più di ogni altro edificio, catturato la mia attenzione. Si tratta ormai di una fortezza che di medievale ha ben poco nella foggia esterna ma non per questo carente di fascino. 


Inoltre è un mirabile esempio di come rendere altamente godibile un polo museale nel XXI secolo.
All'interno ho trovato così tanto materiale che in effetti, a metà della visita, mi stavo domandando come fare per raccontare tutto quanto, da dove partire? La risposta l'ho avuta alla fine del percorso: arrivato presso gli ultimi stabili visitabili, delle costruzioni in pietra -utilizzate come polveriera sul finire dell'ottocento quando il castello era stato riconvertito in caserma- ho scoperto che un team di esperti artigiani dell'arazzo ha riprodotto, in tredici anni di continuo lavoro, l'intera serie di sette pannelli de "La caccia all'unicorno", una delle opere più maestose (e misteriose) dell'epoca degli arazzi. Questa sì che è una notizia! Avevamo potuto fotografare i pannelli esposti nella camera delle udienze della Regina ma seguire l'intera vicenda in una sala dedicata, con commento alle scene e l'intera storia della ricostruzione merita un WOW medievalistico! 




Il lavoro è stato commissionato al West Dean College dalla Historic Scotland, un'agenzia governativa nata per la valorizzazione del patrimonio scozzese. Fonti di archivio riportano infatti la presenza, presso il castello di Stirling, di copie di tale arazzo al tempo di Giacomo IV (re dal 1488 al 1513, l'ultimo monarca della Gran Bretagna a morire in battaglia). Unitamente al lavoro di copia dei pannelli integri è stato ricostruito il sesto, ridotto a pochi frammenti nel corso dei secoli.


James IV Stuart
L'origine dell'arazzo è incerta, databile solo con approssimazione intorno alla fine del '400, così come il luogo di produzione -solo appena circoscrivibile alle Fiandre- è a noi precluso. Per quanto riguarda l'autore, ossia il maestro che diresse i lavori delle donne tessitrici, nessuno ne tramanda il nome ma potrebbe esserci un minuscolo indizio rivelatore e ve lo mostrerò fra poco. L'arazzo fa la sua prima comparsa in un documento ufficiale per la prima volta nel 1680 in un inventario dei beni della famiglia La Rochefoucauld, presso il castello di Vertuil Charente. Nel 1728 un secondo catalogo indica la stanza da letto e l'attigua camera per le udienze come i luoghi in cui erano visibili, in sequenza, i sette pannelli.
 

Il maniero venne saccheggiato durante la Rivoluzione -ma guarda un po'!- del 1789 e l'arazzo scomparve. Ritrovato un secolo più tardi, lo comprò il miliardario Rockfeller nel 1922 e da allora è esposto al Metropolitan Museum di New York (dove sono stato quando prendere l'aereo era semplice come prendere il treno... Gli anni volano via. Ho bisogno di un brano per riprendermi; questo mi sembra una buona colonna sonora per l'articolo: Hey Hey what can i do). 

Adesso mi faccio un attimo più serio. 

Narrare con ago e filo

La vicenda narrata è carica di simbolismo, numerosi sono i dettagli nascosti, i messaggi fra le righe e le interpretazioni moderne non sempre convergono. Quella che vi narrerò io segue in parte la ricostruzione della Historic Scotland, e in parte la mia personale interpretazione. Le foto sono state scattate da me e non rendono del tutto la bellezza dell'opera, abbiate pazienza, sto già impazzendo per imparare a governare il drone di terza mano che mi sono procurato (così da violare le fortezze più inaccessibili!), più in là mi doterò di appropriato materiale fotografico. 


Pannello primo



La caccia ha inizio. In primo piano tre nobili, contraddistinti dai cappelli piumati e due attendenti ai cani da caccia, in abiti meno pregiati. In alto, a destra, un esploratore fa segno di aver trovato la pista. L'unicorno è strettamente connesso alla figura di Cristo, la caccia a tale animale può simboleggiare l'atto malvagio -connesso al demonio- di contrasto al Figlio di Dio, oppure un generale quadro dei torbidi dell'umanità, la quale anela alla potenza salvifica del Figlio ma maldestramente lo insidia. 



Pannello secondo


L'unicorno viene avvistato, si trova presso una fonte e viene rappresentato nell'atto di purificarla immergendovi il suo corno. Gli animali che attendono di poter bere sono altamente simbolici: il leone, il cervo e il ghepardo sono il coraggio, la fedeltà e l'amore (per alcuni quest'ultimo indicava la lussuria, soprattutto in area mediterranea). Sotto l'albero d'arance (un frutto associato con il mondo mussulmano) la iena, incarnazione del Diavolo e del male dell'uomo. Cristo purifica l'acqua per tutti: sono gli animali che scelgono di non bere, e che quindi perdono la retta via, a allontanarsi da lui e non viceversa. 


Pannello terzo


L'unicorno fugge, inseguito dai cani e dai cacciatori. La scena è connotata da una grande concitazione e violenza. La lotta è durissima perché l'unicorno non è un animale comune, altri cani (a sinistra) vengono sciolti per aiutare quelli già impegnati nella caccia. Gli uomini hanno circondato l'animale, non resta a lui che gettarsi nel ruscello e tentare di fuggire. Una pernice, nel torrente, osserva per nulla spaventata. C'è una connessione fra questo volatile e il demonio, il quale ha tutto l'interesse affinché l'unicorno-Cristo venga ucciso. 


Pannello quarto



L'unicorno, circondato, si difende strenuamente. Uno dei cani viene squartato dal corno micidiale, la pernice sembra dibattersi per incitare gli uomini a non mollare, sotto il cane ucciso. Di tutti i cacciatori il più interessante è quello a sinistra che sta suonando il corno. Il suo fodero reca la scritta "Ave Regina C(oelorum)" un'invocazione a Maria, la stessa con cui l'Arcangelo Gabriele le annuncia la concezione Immacolata. Il suono del corno annuncia l'arrivo di Cristo nel mondo. Nonostante tutta la violenza, il Cristo verrà -alle sue regole però, come vedremo qui sotto- e seguirà il suo destino di preda.


Pannello quinto (segue ricostruzione moderna)



In alto vi sono i frammenti sopravvissuti. La ricostruzione, sotto, mostra l'intervento di una fanciulla, una vergine perché solo una ragazza pura può domare l'unicorno.  Lei lo placa e permette ai cani di azzannarlo, vincendolo. E' Maria che accetta di partorire il figlio di Dio, nonostante che questo sarà per Lui fatale. Affinché il male del mondo venga purificato la "caccia" al Cristo-Unicorno è necessaria, e così la Vergine porta la creatura al mondo e la rende vulnerabile.



Pannello sesto 



Finalmente domato (giunto al mondo, partorito) l'unicorno viene ucciso. Portato a dorso di cavallo all'interno del castello (un'immagine del Paradiso?) sembra indossare una corona di spine, intorno al collo. Come Cristo, è caduto vittima della ferocia dell'uomo ma, proprio come Lui, non rimarrà a lungo in quello stato... 



Pannello settimo 



Chiuso al sicuro del recinto, nel Giardino dell'Eden nel quale egli rinasce così come è rinato il Cristo, l'unicorno sembra sorridere all'osservatore. Lui non può morire, qualunque siano gli sforzi fatti dai malvagi che gli danno la caccia risorgerà sempre e sorriderà a chi saprà vedere oltre la stoffa e la trama dell'arazzo. 



Un indizio sull'autore?

Guardate la figura del secondo pannello. Il suo corno riporta una scritta che non sono riuscito a decifrare, potrebbe essere Joa... han... L. Un nome? Johannes, forse. (Ok, qui magari sono di parte a pensare a un caso di omonimia). Non era insolito che gli artisti si raffigurassero sulle proprie opere, come figure marginali ma dall'atteggiamento significativo, o con indosso indizi e messaggi. Ho provato a fare una ricerca in questo senso ma non ho trovato valide conferme. Rimane dunque il fascino di un'ipotesi plausibile, ma niente più. Chissà che con il tempo non si riesca a scoprire di più. Me lo auguro davvero, e ovviamente ne parlerò proprio qui.