Bayeux tapestry

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giovedì 20 aprile 2017

In battaglia. Finale. Poitiers 1356. Lo scontro campale.


Alba del 19 settembre 1356. 
Non è più tempo di indugi, di trattative, di manovre. Gli eserciti sono schierati e sarà l'acciaio a determinare l'esito dell'offensiva del Principe Nero.

Preparatevi Meglio legare dei lacci di cuoio nei punti in cui la maglia di ferro sborsa e tintinna.  Imbottite gli elmi, che se le spade non tagliano, i colpi comunque tramortiscono. Terrete la celata? O la smonterete per avere una visuale migliore, a discapito della sicurezza?
Un veterano con il naso mozzato vi fa spallucce e vi consiglia toglierla, che lì in mezzo è meglio vedere quel che accade, invece di illudersi di essere invulnerabili. Indica la ferita fra gli occhi, il varco dal quale tuttora respira, "avevo la celata abbassata, mica l'ho vista arrivare, quella mazzata!" ride, come se fosse una bazzecola. E forse per lui lo è davvero, ormai.
Sinistra maggiore protezione, destra maggiore visibilità. Un dubbio assolutamente amletico!



La cattura di Sir Eustache d'Ambrecicourt, avvenuta a seguito di un duello fra campioni o durante una ricognizione, segna di fatto l'inizio della battaglia. Siamo intorno alle 9 del mattino. L'armata di Francia è dispiegata in tutta la sua potenza. 
Prima o poi dovrò procurarmi un bel programma di grafica... 
I numeri, in campo, propendono a favore dei francesi. Edoardo decide di provare a ritirarsi, in buon ordine, attraverso la strada percorsa il giorno precedente. La mossa inglese non passa certo inosservata e quando la divisione di Warwick inizia la manovra di disimpegno, l'ala destra a cavallo guidata dal maresciallo Audrehem si lancia all'attacco. Contemporaneamente anche l'ala sinistra di cavalleria, guidata dall'altro maresciallo di Francia Clermont (quello dell'alterco con Chandos), carica. Di fronte hanno la battaglia (indicava uno schieramento compatto e sotto un comandante proprio) del duca di Salisbury in perfetto ordine, perciò il conestabile Gautier de Brienne decide di sua iniziativa di seguire Clermont con un forte contingente appiedato, per inserirsi nel varco che si augura aprirà la cavalleria del maresciallo.
Sono sicuro che il re di Francia, Giovanni, abbia imprecato sonoramente di quell'azzardo. Perché la sapienza con la quale ha disposto le sue truppe fa pensare a un tentativo di imitare la collaborazione arcatores-bellatores di matrice inglese. I balestrieri avrebbero dovuto impegnare gli arcieri mentre la cavalleria caricava. A Crecy si sbagliò facendo avanzare i balestrieri prima, ora invece essi rimangono indietro. L'errore tattico nasce dall'errata interpretazione degli spostamenti dei bagagli e di Warwick. Non era in atto una fuga e al contingente inglese nell'ala sinistra bastò fermarsi e girarsi per ritornare pronto allo scontro.
Per gli arcieri inglesi inizia il solito tiro al bersaglio. Colpiscono i cavalli d'infilata e ne fanno strage. Entrambe le ali francesi arrivano a contatto con gli uomini d'arme avversari scompaginate e con perdite sufficienti a vanificare la forza dell'urto.


Le due battaglie inglesi assorbono il colpo e nella furiosa mischia vengono uccisi o catturati la maggior parte dei francesi. Clermont muore, e secondo Froissart la lite con Sir Chandos ne è la ragione, e anche Brienne non trova scampo dalla furia degli anglo-guasconi. Dall'altra parte Audrehem, ferito, si dichiara prigioniero e viene condotto nelle retrovie. I superstiti fuggono disperdendosi fra il campo e la terza linea francese.

Spostiamoci verso lo schieramento francese principale. In prima linea c'è l'erede al trono di Francia Carlo, primogenito di Giovanni. Egli è il primo a portare il titolo di Delfino, derivante dalla regione del Delfinato, e così lo chiamerò nel descriverne l'azione. Dalla sua posizione, a causa del terreno irregolare, il Delfino non può avere una chiara idea dei risultati ottenuti dalle cariche di cavalleria, ciò nonostante sa che deve muoversi. Se le avanguardie hanno sfondato occorre trarne vantaggio e al contrario, qualora fossero in fase di stallo o peggio, è necessario non interrompere l'attacco.
Sia l'Araldo di Chandos che Froissart -i principali cronisti dell'evento- sono concordi nell'insistere sul valore e la tenacia della divisione del Delfino. L'impatto con la linea inglese fu quasi sul punto di comprometterne l'intero schieramento ma piano piano la forza si smorza. Viene suonata la ritirata solo quando lo stendardo del Principe scompare alla vista. La causa principale della sconfitta della prima schiera sta, soprattutto, nella conformazione del terreno favorevole agli inglesi. Lo spazio angusto costringe i francesi a attaccare scaglionati, mentre le forze di Edoardo, muovendosi lungo la linea di difesa, riescono a effettuare vari cambi di uomini sul fronte di contatto. I francesi si spossano senza sostituzioni e alla fine crollano. La ritirata della divisione del Delfino innesca un evento dal peso determinante nella vicenda. Il Duca di Orleans, a capo della seconda schiera, segue i passi della malridotta prima divisione francese e ordina ai suoi di lasciare il campo. Non c'è certezza sulle motivazioni della ritirata, occorrerebbe un approfondimento solo per questo. Sembra che il re di Francia avesse affidato altri suoi due figli al duca d'Orleans, con l'ordine di difenderne prima di tutto la vita. Se il duca aveva seguito la prima schiera, pronto a intervenire in un eventuale varco, doveva per forza aver visto che la sorte non era stata loro favorevole e forse aver deciso di seguire e scortare i rimasugli della battaglia del Delfino, proteggendo in questo modo anche l'erede al trono. 

Il re di Francia vede i due terzi della sua armata lasciare il campo e sa per certo che tutto è perduto. Ma in lui scorre sangue reale, e di coraggio ne ha da vendere. Allora raduna a sé tutti gli stendardi più sacri della sua terra e grida affinché tutti possano sentire "Avanti! Recupererò il giorno, o verrò catturato, o verrò ucciso." L'intera divisione, composta dalla élite guerriera del regno, si muove verso gli stendardi di Edoardo di Woodstock. Stavolta i balestrieri accompagnano la massa d'acciaio e vessilli che sembra un unico, gigantesco, maglio. Dall'alto della collinetta è Sir Chandos (protagonista assoluto sia prima che dopo a quanto pare) a pronunciare parole destinate a divenire immortali: egli si avvicina al Principe Nero e lo esorta "Caricate, mio signore, il giorno è vostro. Dio è con voi oggi."

Il re di Francia non si ritirerà mai, occorre attaccare, ha ragione Chandos. Edoardo da ordine a una buona parte di uomini d'arme di montare in sella e tenersi pronti. Inoltre invia il Captal de Buch con la riserva a cavallo -60 cavalieri e circa 100 balestrieri guasconi- a aggirare la schiera francese. Arcieri e balestrieri di entrambi gli schieramenti iniziano a bersagliarsi con fitti lanci, poi gli schieramenti giungono a contatto con uno stridio inimmaginabile di ferro contro ferro. E' uno scontro d'attrito, di spinte e di resistenza. Una mischia furiosa in parte simile a quella dell'odierno rubgy. Quando Edoardo sente gridare "San Giorgio e la Guyenne", urlo di battaglia del Captal, esorta i suoi e lancia l'assalto generale. E' la fine. A dare il colpo di grazia è la divisione di Warwick, dall'ala sinistra, che arriva giusto in tempo per chiudere la tenaglia intorno ai francesi. 
Gli inglesi penetrano a fondo nella schiera nemica, uccidono e catturano senza sosta mentre i francesi, allo sbando, si arrendono, fuggono o gettano la loro vita contro le lame di albione, in cerca di gloria sfuggendo la vittoria. Edoardo trova il cadavere di un nipote del cardinale di Perigord (che aveva tentato di far trovare un accordo il giorno precedente) ordina allora a due scudieri di caricarlo su uno scudo e portarlo al cardinale, come omaggio. Voleva così lavare l'affronto fattogli quando molti uomini armati dell'ecclesiastico si erano uniti al re di Francia per combattere contro di lui. Re Giovanni e suo figlio Filippo -tutta la famiglia si era portato!- resistono con valore, ma sono circondati.

Quando anche l'Orifiamma cade e il collasso delle loro forze è totale, sono costretti a gettare la spugna. Si narra che sia stato un cavaliere francese al servizio degli inglesi a chiedere, e ottenere, la loro resa. Inizia la caccia ai fuggiaschi, il massacro dei balestrieri, il balletto dei prigionieri presi e contesi fra gli inglesi assetati di riscatti. La battaglia termina a metà pomeriggio, quando Edoardo fa montare il suo padiglione cremisi al centro della spianata e lo stendardo viene issato sulla cima di un albero, per richiamare gli inseguitori dispersi nelle campagne circostanti. I numeri più sicuri, fra le iperboliche cifre delle varie cronache, indicano circa 3/4.000 vittime francesi e 400 inglesi. Come sempre sarà impossibile stabilire con certezza questi numeri. Lo spoglio della vittime inoltre fu così brutale e esteso che numerosi uomini anche illustri semplicemente scomparvero, non riuscendo alcuno a riconoscerli fra i corpi sparsi per la campagna, fra i fossati e i campi. Un anno dopo erano ancora visibili i resti di cadaveri alle porte di Poitiers e lungo le strade che separavano la cittadina dai luoghi della battaglia. 
Edoardo III d'Inghilterra e, in ginocchio, suo figlio Edoardo di Woodstock, il Principe Nero

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