Bayeux tapestry

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giovedì 1 giugno 2017

Apocalypsis Nunc. Prima puntata




Possedere un cavallo lo rendeva fiero di sé. Cavalcare quelli di suo padre gli aveva permesso di affinare la sua abilità e imparare a dominare gli istinti degli animali più indocili ma ora, con gli zoccoli del Norico che colpivano ritmici il terreno sabbioso bagnato dalle onde, sentiva la stessa sensazione di ebbrezza provata la prima volta che aveva giaciuto con una donna, o quando aveva mandato a terra il suo primo avversario in duello. Si sentiva uomo. Strinse le ginocchia intorno ai fianchi del cavallo e lo spronò a gridi e colpi di redini alla sua massima velocità. Superato il guado del torrente che tagliava la spiaggia, rallentò e proseguì ancora un poco verso settentrione, al passo. La mattinata era così limpida che la sagoma del monte di Ancòn appariva nitida e imponente contro l’orizzonte. Una nave, poco più di un puntino indefinito, tanto era lontana, stava doppiando il rilievo, a ridosso della scogliera che si gettava in mare netta come una lastra di marmo. Incuriosito dal natante in arrivò, si portò al piccolo trotto nei pressi del porticciolo  dove occhi ben più abituati dei suoi avevano avvistato ben prima di lui la vela e dall’attività intorno all’unico, stretto pontile, era chiaro che la nave fosse attesa. In piedi in mezzo ai suoi uomini c’era Tebaldo il Franco, signore della villa fortificata costruita sulla collina che dominava quel tratto di mare. Attendeva ai preparativi in previsione dell’ormeggio dell’imbarcazione in arrivo. Lo spazio era appena sufficiente per la manciata di barchette da pesca di sua proprietà; i servi le stavano spostando organizzandole alla meglio sul lato opposto e nell’aria si mischiavano le imprecazioni degli uomini bagnati fino al collo e il cozzare delle fiancate mentre le legavano bordo a bordo.
«Folco, salute a te. Cosa ti porta nelle mie terre così di buon’ora?» Tebaldo lo salutò con l’ampio sorriso che gli caratterizzava il volto rotondo.
Folco storse la bocca. Quelle terre erano in realtà soggette al governo di suo padre, Sculdascio del Duca, ma i signori della villa fortificata si erano sempre concessi un alto grado di indipendenza, pur senza mai sfociare in aperta ribellione come altri dell’entroterra che non riconoscevano la superiorità amministrativa del Vicus nei loro confronti.
«Salute a te, Tebaldo. Le bestie vanno messe alla prova con il fare del giorno, per vedere se hanno difetti che la stanchezza della sera può mascherare.»
«Saggio da parte tua. Come sta Arnaldo, il nostro amato Sculdascio?»
«Mio padre è sempre preso dai lavori» rispose alzando le spalle per sottolineare come anche lui, al pari di quasi tutti gli altri, non comprendesse appieno lo sforzo  per restaurare la condotta dell’acqua ormai diruta da secoli. Il fosso che attraversava la città al tempo dei romani, a suo parere, era sufficientemente veloce per portare acqua limpida agli abitanti. Favoleggiare di condurre a grande distanza acqua appena sgorgata da fonte gli sembrava un’assurdità, vista la mole di lavoro che il genitore vi stava dedicando. Da quando era ritornato da Spoletum, dove aveva servito il Duca in persona, era cambiato. Era ricco di nuova conoscenza come aveva lui stesso affermato. Si era messo in testa di riportare un po’ delle meraviglie di cui aveva sentito parlare dai monaci, e altre che aveva visto realmente in funzione, per ridare lustro all’antica Cluana. Parlava di romani, di ponti di pietra, di acqua corrente, di ruote mosse dai fiumi.
«Prima o poi costringerà anche te a scavare per liberare il tratto sepolto vicino all’antica via» disse divertito Tebaldo.
«Da lì non si è più spostato. Non c’è speranza» crollò le spalle il giovane. Quel punto, poco distante dal Vicus, era il nodo focale dell’intero lavoro. L’antica via che dal mare conduceva al minuscolo castello di Monte Causario, a ponente, era franata giù insieme ad abbondanti porzioni delle colline che tagliava e la terra aveva sepolto le condotte.
«Eh sì, davvero temo non se ne verrà a capo.»
«Non riuscirà a liberare quella parte, ma non vuol sentire ragioni e rifiuta di scavare un fosso che aggiri il problema. Afferma che un vero acquedotto romano è coperto in tutto il suo tracciato. Io questo non lo so, ma mi sembra alquanto improbabile: chi ne sarebbe capace? Nemmeno i romani, secondo me.»    
«Non cambierà mai, quel vecchio caprone» concluse la discussione Tebaldo, sogghignando. Il nobile si voltò a controllare i suoi uomini che erano a buon punto con i lavori.
«Chi arriva?» domandò Folco smontando.
«Aspetto dei veneti da giorni, ormai, e dovrebbero essere loro quelli laggiù. Per lo meno, quella è una nave veneta.»
Folco aguzzò la vista ma non riuscì a comprendere come si potesse intuire l’appartenenza della nave al largo.
«La vela» gli spiegò Tebaldo, intuendo la domanda che il ragazzo tardava a fare «È triangolare e rossa, tagliata netta su un lato e ampia nell’attaccatura all’albero. Come quelle dei greci. Pertanto, se non è un legno imperiale partito dal porto di Ravenna, non possono che essere gli amici che sto attendendo.»
«Non si fermeranno al porto del Vicus?»
«No, vengono per me, non per commerciare. Tranquillo» una punta di fastidio trasparì dalla voce. «Sono ben consapevole della precedenza del vostro porto sui proventi della tassazione marittima.»
«Non volevo recarti offesa.»
«Questo mio pontile, costruito da mio nonno con le sue mani e quelle della sua gente, è stato troppe volte oggetto di ostilità dai portuali del Vicus. Non traggo alcuna tassa da qui, sia ben chiaro.»
«Non sono questioni che destano il mio interesse» Folco parlò con enfasi. «A me interessa il mondo. Quei veneti, ad esempio. E non le tasse che si possono spremere loro.»
Tebaldo sorrise scuotendo con una manata la spalla del ragazzo: «Tu sei nato per l’avventura, giovane amico. Non per fare lo scribacchino come me. O la talpa, come tuo padre.» Rise forte stavolta.
«Quei romani lo ossessionano, davvero.» 
«Vino?» chiese il nobile, assentendo con il capo a quell’affermazione, ma deciso a non ritornare sul discorso.
«Sì, purché non forte.»
Tebaldo fece cenno al suo personale coppiere di avvicinarsi. L'anziano fattore noto a tutti per la straordinaria abilità nel mescere le bevande, era stato elevato di rango dal Franco e ora viveva una vita ben più agiata di quella che aveva condotto chino sui campi. Porse una coppa a Folco e una caraffa con il vino.
«Allungalo un poco con questo» gli porse una sacca di stomaco di pecora, con un turacciolo a chiudere l’apertura. Folco la stappò e ne annusò l’apertura: l’odore che percepì lo lasciò perplesso. Non riuscì a identificarne il contenuto.
«È acqua di sorgente speziata. Fidati e fai come ti ho suggerito.»
Mescolò i due liquidi nella coppa e con un ultimo sguardo ai due uomini, che annuivano ammiccando, bevve un sorso. Il gusto lo sorprese: era una bevanda leggera e fresca, un toccasana dopo la lunga cavalcata.
«È ottima.»
«Già. Ho appreso questa preparazione navigando nel mare dell’imperatore dei Greci. Da quelle parti si è soliti stemperare gli effetti del vino dal momento che fa troppo caldo per berne di puro»
Folco terminò di bere e si umettò le labbra soddisfatto.
«Vuoi attendere con me che i veneti giungano?» gli domandò.
«Non chiedo altro.»
«Molto bene, tanto non ho nulla di cui cospirare con loro ai danni di tuo padre.» Ridacchiò, facendo segno di seguirlo sul pontile.

     
* * *

Arnaldo urlò di nuovo la raccomandazione al capo mastro ma questi lo ignorò come la prima volta, negandogli perfino il gesto di fare spallucce con cui solitamente rispondeva alle richieste che non avrebbe eseguito. La cosa fece infuriare lo Sculdascio che era immerso nel fango come tutti gli altri manovali e lo si distingueva da loro solo per il corto mantello verde e la pesante spada che aveva al fianco, riposta nel fodero di pelle semplice che preferiva al più bello – e prezioso – donatogli dal Duca di Spoletum per i suoi servigi in battaglia. La lotta che stava affrontando ora non era meno pericolosa, pensò, constatando la tensione della barriera di legno costruita per arginare le frane di terra e pietre dal dorso della collina sotto la quale scavavano da giorni.
 «Bisogna puntellare meglio prima di proseguire con lo scavo» questa volta scrollò una spalla del mastro. Questi si girò senza fretta, facendo segno ai suoi di fermare i lavori.
 «Non occorre» disse con ostentata pazienza.
 «Conosco questa dannata collina, io stesso ho aperto il passaggio che state ora allargando» faticava a trattenere l’ira. L’uomo era un protetto sia del Duca che dell’Episcopo di Firmum ma la tentazione di decapitarlo era enorme.
 «Se i romani hanno scavato questo tunnel» provò l’altro, ma Arnaldo lo interruppe bruscamente.
 «Non l’hanno scavato, dannazione a te! È stato costruito con i mattoni!»
 «Impossibile.»
 Lo Sculdascio grugnì esasperato: «Ho già visto un’opera simile. Non sono state scavate, la terra che stiamo togliendo non c’era secoli fa. Ci è finita sopra dopo.»
 «Una simile quantità di mattoni è troppo anche per i romani» sbottò l’altro cocciuto, incrociando le braccia per dichiarare chiuso il discorso.
 «No» Arnaldo era al limite «e se scavi pensando di trovare terreno duro ti sbagli. È tutto molle, crollerà portandosi via te e i tuoi zappatori.»
 «Sono stato inviato qui dietro vostra richiesta. Sono il migliore in questo campo, lo assicura la raccomandazione dell’Episcopo. Dovreste lasciarmi compiere la mia opera senza ingerenze.»

«Che io sia dannato. Avessi saputo che avrei dovuto ascoltare il frignare continuo di questo idiota me ne sarei rimasto in canonica a pregare per le anime di chi è costretto a sorbirsi tante chiacchiere inutili.» La voce, in caratteristico falsetto, proveniva da oltre lo spiazzo creato dai precedenti scavi; Oddo di Villa Laureto troneggiava con la sua mole all’inizio del sentiero aperto nella fitta vegetazione. Come suo solito indossava solo parte del corredo sacrale, preferendo calzoni di fine stoffa e una morbida camicia al posto della lunga veste bianca. Solo la scura berretta tonda e il grande crocifisso di pietra, legato al collo con uno spesso cordino annodato a intervalli regolari, come un rosario, davano un indizio sulla professione dell’uomo.  
«Padre, buongiorno» lo salutò il mastro.
«Oddo» disse Arnaldo con meno enfasi.
Il prete bofonchiò qualcosa, passandosi la grassa mano sulla barba mal rasata.

«È chiaro che dei romani conoscete solo le favole sulle loro donne vogliose come lupe» l’invettiva era rivolta indistintamente al capo e agli operai, i quali reclinavano il capo in imbarazzo ogni volta che il falsetto del prete raggiungeva il limite massimo che la voce gli consentiva. «Lo so, lo so che sognate a occhi aperti le loro carni quando intravedete le statue che affiorano qua e là. Un popolo di pervertiti che attira l’attenzione dei fornicatori come voi.»
«Veramente noi…» provò il capo mastro.
«Voi un corno. Come avrebbero fatto, questi romani lussuriosi, a scavare in linea retta per centinaia di braccia, sotto questa montagna di terra?»
   «Credo» attese di essere interrotto ma stavolta il prelato tacque. «Credo che abbiano proceduto con dei lunghi pali a trapano, puntellando qua e là nei tratti più duri

«E avrebbero scavato un buco di neanche due piedi di altezza? Chi sarebbero questi romani, dei nani con la forza di giganti?»
   «Allora» si aggiunse Arnaldo «l’intera condotta è puntellata di mattoni, questo sarebbe impossibile se avessero scavato, perché il mattone non si infilza nella terra come il legno. Sarebbe venuto giù tutto.»

«Non se la terra è dura.»
«Non lo è! Per Dio» Oddo fulminò Arnaldo, che perse lo slancio di rabbia e continuò con meno ardore ma immutata veemenza. «Chiedo scusa. Ho visto leghe e leghe di tunnel all’aperto composti da soli mattoni.»
Il mastro non disse più nulla; si limitò a scuotere il capo come se avesse prestato orecchio all'affermazione di un ubriaco.
Oddo lo squadrò da capo a piedi e quello, temendone la reazione, si allontanò con la scusa di riorganizzare i lavoratori.

 «Mandalo via, Arnaldo. È chiaro come la luce del sole che faranno crollare tutto e tu perderai anche la parte venuta alla luce.»
 «Noi. La perderemo tutti noi.»
 «Molto bene, l’intera nostra comunità soffrirà la perdita del lavoro già svolto. Hai fatto più te di questi lavoratori. E loro ci costano tanto ogni respiro che fanno.»
Arnaldo assentì. Non c’era verso di ragionare con quei maestri.
«Vattene, prendi i tuoi servi e la tua roba e andate via. Più tardi vi pagherò il dovuto.»
Il capo dei lavoratori rimase a bocca aperta, incapace di rispondere.
Arnaldo e Oddo si avviarono lungo il sentiero aperto trasversalmente rispetto al tracciato dell’antica condotta. Un centinaio di passi più tardi furono presso i resti della cisterna abbandonata, il cui interno era ora secco e polveroso.

«A volte penso che non riusciremo davvero a fare le cose che fecero loro» disse Arnaldo poggiandovi sopra una mano.
«Bah. Quei pagani riuscirono davvero a rendersi la vita comoda, ma lo scotto fu solo perdere l’anima dietro le loro divinità mostruose. Vorrai perdonare se non sento la mancanza dell’acqua corrente.»
«Potremmo averne, senza per questo diventare dei pagani. Basterebbe liberare quel tratto» disse e rimase, sognante, a fissare la porzione di collina franata chissà quanti secoli prima. Bloccava l’afflusso di acqua dal fiume Cluentum da così tanto tempo da aver contribuito a deviarne il corso, molto più a meridione.
«Sei stato in grado di sconfiggere i nemici del tuo popolo, ogni volta che questi si sono presentati, ma questo» il prelato indicò il terreno «è al di là delle nostre possibilità. Devi rassegnarti a considerare finita l’età dei romani. E ringraziare Iddio che ci abbiano lasciato almeno i loro mattoni, molto utili nell’innalzare per l’Altissimo chiese degne del suo nome.»
Pur non convinto affatto, lo Sculdascio smise di replicare e si chiuse in un silenzio cupo.

«Amico mio, lasciamo stare per oggi. Vieni, uno dei fattori mi ha portato del vino giovane e sincero. Immagino che il suo potere ristoratore avrà maggiore effetto se bevuto in buona compagnia, con un paio di focacce appena sfornate.»
«Saresti in grado di convincere chiunque, se parlassi sempre così invece di insultare tutte le tue pecorelle per qualsiasi affare della terra.»
«Il gregge si disperderebbe, a forza di blandizie. Meglio sferzarvi, a voi» ammiccò Oddo sorridendo e lo sospinse bonariamente al suo fianco. Si incamminarono insieme verso la canonica.






>>> seconda parte. Online venerdì 9 giugno