Bayeux tapestry

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venerdì 30 giugno 2017

Apocalypsis Nunc. Quinta puntata.

Il colpo impattò con tale violenza sullo scudo che ruppe la cinghia vicino al gomito.
Impacciato, assorbì per pura fortuna il secondo fendente. Un terzo riuscì a pararlo con la spada. Avvicinandosi al suo avversario gli impedì di recuperare l’iniziativa. Forte della corporatura robusta e del peso superiore, Tebaldo spinse il saraceno contro il muro di tronchi.
Con un rapido movimento affondò la spada poco sopra all’inguine privo di armatura del moro e, trattenendolo con lo scudo a comprimergli la testa, lo sventrò fino allo sterno.
Con una smorfia liberò la lama e si girò ad affrontare gli altri. Erano ovunque. Avevano assaltato la villa scavalcando la palizzata, e se non fosse stato per i cani li avrebbero uccisi tutti nel sonno. Le fedeli bestie invece avevano svegliato tutti e si erano anche sacrificate attaccando i saraceni che, in un primo momento, erano stati costretti sulla difensiva dall’improvvisa comparsa dei molossi.
I guerrieri erano balzati giù dai giacigli e si erano armati alla meglio. Quando erano usciti nel cortile però non avevano impiegato molto a capire che non c’era alcuna speranza di ricacciare i nemici oltre la palizzata: gli assalitori avevano già ucciso gli uomini di guardia e i cani, mentre la porta della fortificazione era stata aperta. Dal varco ne stavano entrando altri, fra cui alcuni a cavallo.
Tebaldo e i suoi si erano allora rinchiusi nella Casa Grande con quanti fra i loro consanguinei vivevano nell'edificio patronale, per un’ultima, disperata, difesa.
Un saraceno tentò di entrare a sua volta dal portale divelto, spinto da una ferocia che a Tebaldo parve sovrannaturale. L’arabo calò un colpo a due mani che tagliò via la spalla e il braccio del suo primo guerriero, Arduino. Il compagno di un’intera esistenza, con il quale aveva giocato alla guerra da bambino e che da adulto lo aveva accompagnato in centinaia di avventure, moriva così, sulla soglia di casa sua, dove aveva giurato che l’avrebbe sempre tenuto al sicuro, fatto a pezzi senza gloria da un maomettano invasato che ora stava puntando su di lui.
Il figlio di uno dei suoi fedeli, inviato dal padre presso di lui perché divenisse un uomo servendolo, si interpose e il guerriero saraceno con due rapidi fendenti gli aprì ferite terribili che lo fecero accasciare urlante. Tebaldo guardò fugacemente la parete di passaggio: la botola era stata richiusa ed era tornata invisibile a occhi poco attenti. La sua famiglia era salva. Con un grido caricò il terribile nemico alle cui spalle erano comparsi altri, troppi, suoi compagni. I sopravvissuti della sua casa si unirono a lui andando incontro a morte certa, sicuri di non avere via di scampo, sacrificarono le loro vite per dare altro, prezioso tempo a donne e bambini di allontanarsi dalla villa.
I saraceni dovettero accettare il fatto di non poter prendere prigionieri, tanto selvaggiamente lottarono e spacciarono i difensori.

Il comandante degli assalitori passò in rassegna i suoi, e imprecando per le eccessive perdite, li guidò verso l’altro obiettivo che Shabba, il signore della guerra che li aveva condotti fino a quelle terre, aveva assegnato loro.

***
Oddo seguì i giovani servitori nell’oscurità a malapena rischiarata dalle migliaia di stelle nel cielo terso. I ragazzetti erano stati mandati a chiamarlo da Ergarda, l’anziana sposa di Ciriolo, un ricco libero, padrone di un'enorme tenuta, che viveva fuori dalla cerchia del Vicus e godeva di un potere sufficiente a rendersi in parte indipendente; aveva sempre trattato da pari con lo Scudalscio, servendolo solo nei casi di grande pericolo e limitandosi per il resto a pagare i giusti tributi. Un uomo potente ma pur sempre di carne e ossa, pensò Oddo, mentre arrancava nella notte per potergli portare gli ultimi conforti religiosi.
Ad attenderli c’erano quasi tutti gli abitanti del complesso fortificato. Con torce accese li accolsero, e fra il crepitio delle fiaccole Ergarda salutò il suo arrivo con deferenza. Era sempre stata una donna molto pia e la sua fede contagiosa aveva più volte impedito al marito di compiere azioni avventate come schierarsi apertamente con Alperti. Quella piccola donna aveva una forza straordinaria, l’aveva sempre avuta, pensò Oddio nel rispondere al saluto.
«Mia signora Ergarda, non dovevate venir fuori nell’umidità.»
«Le preghiere scaldano il mio corpo quel tanto che basta per non venir meno in questo momento; di altro non ho bisogno. E dopo questa notte ancor meno desidererò dalla vita, perché perderò lui che ne era il sole.»
«È così grave?»  domandò Oddo ma lo sguardo della donna, come del resto dei presenti, era eloquente. Il grande possidente stava per abbandonare la vita terrena.
«Chi lo veglia?» il prete si era fatto scuro in volto; non bisognava mai lasciare il letto di morte di un cristiano, soprattutto di notte: l’anima del poveretto era fragile, negli ultimi istanti di vita. Occorrevano robuste preghiere e menti vigili, attente, a che nel delirio non venissero chiamati al mondo i servi del demonio. Una scala di pura fede andava innalzata per sostenere il viaggio spirituale del moribondo verso la Casa del Padre.
«Ci sono i miei figli; tutti e tre» sottolineò lei come a intendere che riteneva ben fatto essere riuscita a riunirli insieme per il tragico evento.
«Bene, bene» le rispose. «Andiamo allora, è molto importante che riesca a comunicarsi.» Non aggiunse che temeva l’esplodere dei rancori mai del tutto sopiti tra i tre riottosi rampolli, e anzi alimentati dalla prospettiva dei lasciti ereditari.
«Mi segua padre, abbiamo installato il giaciglio nella sala grande» e così dicendo si avviò verso la costruzione in legno che dominava il resto degli edifici racchiusi nella palizzata.
L’interno era rischiarato da una coppia di torce in anelli ai muri, sulla cui sommità, per impedire pericolosi sfavillii, erano saldate delle piccole cupole di bronzo. Oddo ne ammirò fugacemente l’ingegnosità, per nulla infastidito dalle figure lascive che le ornavano. Il letto di morte di Ciriolo era stato collocato vicino a un solido braciere di ferro al centro della sala. Fini incisioni ne decoravano il sostegno: scene di caccia e vita agricola si alternavano a combattimenti fra guerrieri, la maggior parte dei quali erano privi di qualsiasi indumento o protezione guerresca. Scritte in latino accompagnavano il susseguirsi dei panorami antichi. Il signore di quei luoghi faceva gran vanto della sua discendenza romana e sosteneva con forza che i suoi avi erano stati senatori a Ravenna, quando l’Urbe era ormai decaduta. Aveva anche adottato l’antica onomastica romana per presentarsi agli ospiti, divenendo noto come Ugo Molendino Ciriolo. Anni addietro, quando era giunto al Vicus per divenirne il pastore di anime della comunità, Oddo aveva velatamente accennato al fatto che nessuna gens romana a lui nota aveva il nomen preso da un edificio agricolo, il mulino, ma comprese ben presto che Ciriolo, per quanto magnanimo e di animo gentile, non era disposto a discutere sulle proprie convinzioni riguardo le origini della sua casata. Un giorno un folto gruppo di Molendini e loro seguaci aveva preso d’assalto la chiesa del Vicus, dopo una funzione, e solo l’intervento delle forze dello Scudalscio aveva impedito che fosse commesso qualche gesto irreparabile. La riconciliazione avvenne poco dopo e Oddo benedisse Ciriolo e tutta la sua discendenza in nome dell’episcopo di Firmum. Eccolo là ora, ridotto a un involucro di pelle tirata e ossa fragili, il grande vecchio. Nonostante il caldo soffocante della sala, tremava in preda a convulsioni e balbettava parole in buona parte prive di significato, fra schizzi di saliva giallastri.
I suoi tre figli maschi sedevano alla sua destra, in ordine di età. Oddo li salutò come si conveniva e non fece mancare un’occhiata ostile all’ultimogenito, il più turbolento dell’intera famiglia, che da quando aveva raggiunto la maggiore età non aveva più avuto cura di radersi le guance e curare la chioma come si conveniva alla gente civile, ma portava una lunga coda di spessi capelli neri tenuta stretta da nastrini di cuoio e una barba, pur curata, folta alla maniera dei guerrieri di origine longobarda.
«Benvenuto, buon padre» lo salutò il primogenito, in tutto e per tutto simile al padre, compreso il buon costume di radersi a fondo il viso.
«È con il cuore gonfio che giungo a voi» replicò Oddo costretto a distogliere gli occhi da quelli del più giovane dei fratelli che aveva risposto con sfrontatezza al suo sguardo, sostenendone il peso.
«Credo che non abbia ancora molto da soffrire.»
«No, avete ragione. E neanche voi: a breve potrete avere fra le mani ciò che bramate.»
Indifferente agli sguardi furiosi e ai borbottii indispettiti, Oddo preparò i paramenti sacri necessari ad assolvere al proprio compito. Troncò le espressioni di malumore dei giovani con poche, efficaci parole e li invitò a rispondere alle sue invocazioni e ai salmi che andava recitando.

A circa metà della notte, quando solo il maggiore dei ragazzi era riuscito a non cadere addormentato irretito dalle nenie di Oddo, un grido fece sobbalzare tutti i presenti nella Grande Sala.
Persino il moribondo sgranò gli occhi, ritrovando per istinto l’antica vitalità guerriera.
«Cos’è stato?» la domanda ripetuta da ogni bocca ruppe il silenzio seguito all’urlo.
«Ascoltate» disse l’ultimogenito facendo segno di tendere le orecchie.
Oddo non sentì nulla al di fuori del battere frenetico del suo cuore, poi, però, percepì quello che il giovane aveva inteso. Passi affrettati su tavolacci di legno, voci che domandavano, grida di spavento.
   «Bestie feroci nel recinto» disse il fratello di mezzo, alzandosi in piedi.
«Dannazione a loro, saranno dei lupi» concordò il primogenito. Si diressero verso la porta, solo accostata, ma prima che potessero afferrarne le maniglie essa venne spalancata verso l’intero.
Figure nere come la notte si gettarono nella sala. I due fratelli alzarono d’istinto le mani nude per schermarsi, ma vennero ammazzati senza alcuna pietà. Il più giovane dei ragazzi, che non aveva rinunciato a portare la spada anche alla veglia del genitore, sguainò l'arma e con un grido si gettò contro gli aggressori.
Ne infilzò uno subito, con un’abilità che lasciò padre Oddo sorpreso. Per un istante quell’aggraziato gesto di morte dispensato dal giovane guerriero sembrò, da solo, in grado di ribaltare tutto, di ricacciare le ombre vestite di cuoio e tessuti orientali. Ma il colpo di punta fu fatale anche al ragazzo: l’arma, incastrata nel torace del saraceno morente, gli sfuggì di mano.
Due lame calarono su di lui e la sua testa rotolò via con impresso un ghigno di futile sfida a deformare le labbra.
Padre Oddo gemette a quella vista, ora che non c’era alcuna speranza. In ginocchio congiunse le mani e fra le lacrime iniziò a pregare.
Uno dei mori lo superò, giudicandolo innocuo, e si fermò a guardare il vecchio che non proferiva parola ma osservava con occhi sgranati gli assassini dei suoi figli.
L’uomo disse qualcosa nella sua lingua e due dei suoi afferrarono il moribondo sotto le ascelle.
«Che volete fargli?» gemé Oddo.
Fu colpito alla nuca per farlo tacere. Oddo reclinò il capo lasciandosi condurre all’esterno, dove una scarna fila di sopravvissuti veniva radunata fra urla e bastonate.
Sentiva Ciriolo ansimare sempre più acutamente ma sapeva che il tormento vero era per lui assistere a quanto stava accadendo attorno a lui. I prigionieri erano tutti bambini, i quali piansero ancora più forte nel vederlo. Sembrava che nessun altro adulto fosse stato risparmiato.
I fanciulli erano stati legati fra loro con spesse corde che ferivano le mani. Atterriti si stringevano l’un l’altro osservando il loro intero mondo svanire nelle urla delle loro madri violentate, fra il crepitare schioccante delle fiamme che divoravano ogni cosa. Vicino ai prigionieri, con le grandi braccia incrociate sul petto, soprintendeva alle operazioni di saccheggio quello che aveva tutta l’apparenza di un capo. Non era alto, non più dei suoi, ma aveva la schiena tesa e diritta di chi è abituato a non reclinare il capo se non a pochi. Di carnagione scura, solo uno spruzzo di bianco sulla barba ben curata lasciava supporre che avesse superato la giovinezza da un po’, le movenze atletiche e gli occhi acutissimi avrebbero altrimenti fatto pensare a un rampollo in cerca di gloria. Quando vide i suoi portare a braccio Ciriolo, fece segno che lo lasciassero al suo cospetto. Essi spinsero il nobile italico in ginocchio, continuando a sorreggerlo per le spalle perché era chiaro che non aveva le forze per mantenersi in quella postura. Il condottiero saraceno disse qualcosa che Oddo non poté comprendere perché lasciato a distanza. La domanda fu ripetuta, e per la seconda volta non vi fu risposta da parte del moribondo. Stizzito, il saraceno sguainò la spada, la librò nell’aria per qualche istante e poi la calò sul collo di Ciriolo. Oddo emise un gemito acuto e il moro alzò il capo verso di lui. Non sorrideva crudele, come per un istante era parso al prete. O come si sarebbe immaginato che quei demoni facessero, ogni volta che uccidevano. Aveva lo sguardo serio di chi sta compiendo, con solerzia, un compito comunque ingrato. A grandi passi si portò davanti a Oddo che nel frattempo era scivolato a terra, seduto sui calcagni.
«Allah è grande.»
Il suono gli ricordò quel poco che aveva percepito dalla conversazione con Ciriolo. Con un brivido comprese che era una richiesta, quella. Una richiesta specifica che aveva come prezzo la sua stessa anima. Gli stava offrendo la possibilità di convertirsi. Era una cosa che avveniva spesso nelle terre da loro conquistate e sentì un conato di vomito occludergli la gola: erano stati, dunque, conquistati? In una sola notte? Alzò gli occhi e incrociò quelli del saraceno.
«Allah è grande. Ripeti» ringhiò quello nella lingua dei cristiani d’Italia. Oddo annuì. Mosse il capo su e giù, con gli occhi stretti. Sussultò quando, con la punta della spada insanguinata, quello gli recise il cordino del crocifisso che aveva al collo. Quando il capo dei predoni si allontanò, lo spinsero fra i giovinetti disperati. Li abbracciò, li strinse a sé. Avrebbe voluto dire loro di pregare il Signore, ma si ritrovò a ripetere, con voce rotta: «Convertitevi. Rispondete sì. Convertitevi, non negate nulla di quel che vorranno. Iddio capirà.»




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