Bayeux tapestry

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venerdì 9 giugno 2017

Apocalypsis Nunc. Seconda puntata


La nave, attraccata al pontile, appariva ben più misera di quel che Folco si era immaginato. Aveva un solo albero, paratie basse e legno in più punti marcescente che rendeva l’imbarcazione una sorta di imitazione in scala maggiore delle barchette da pesca ormeggiate al suo fianco. E non sembrava molto più ricca di quest’ultime. L’equipaggio era un crogiolo di genti anche se preponderanti erano i dalmati: con i loro capelli stoppacciosi color paglia e i lineamenti squadrati si distinguevano dal resto della ciurma, in mezzo alla quale non mancavano greci, italici e un paio di razze a lui sconosciute. Il comandante, Cesare dei Braghi che Tebaldo conosceva da tempo, era sceso con un balzo e sorridendo si era avvicinato al nobile. L’odore salmastro che emanava era così intenso che Folco intuì avessero navigato senza mai far sosta in porti amici.
«Sono giunto quanto più velocemente il vento mi ha concesso. Dodici notti a bordo di questa bagnarola, solo per amico mio» disse senza smettere di sorridere e di stringere il braccio di Tebaldo, con un forte accento e più d’una parola in latino antico. Folco non ascoltò il resto della conversazione, impegnato a squadrare gli stranieri che mantenevano le distanze dagli uomini di Tebaldo e con i quali comunicavano, se costretti dalle esigenze del lavoro, a gesti. Apparivano nervosi e taciturni, ben oltre quanto ci si potesse aspettare dopo una lunga traversata. Anche gli addetti al pontile sembravano percepire quella freddezza e si tenevano a distanza.
«Avranno qualche malattia a bordo?» domandò sottovoce uno dei ragazzi vicino a lui.
«Non credo, il veneto avrebbe agito in altro modo» gli rispose uno dei più anziani, che aveva l’aria di chi pensa di saperla lunga su qualsiasi argomento.
«Dovremo rimanercene così? Pronti a menare le mani da un momento all’altro?» Era Simone, Folco lo conosceva bene perché quando non aveva di che lavorare il ragazzo andava alla taverna vicino al ponte sul Cluentum e raccontava storie fantastiche per ore intere. Questi si fece avanti e con voce chiara interpellò uno dei greci: «Tu. Scommetto la mia migliore camicia che vinco tre pari a due lanci» e per dar enfasi alla spacconata mostrò due lucidi dadi d’avorio, bianchi al punto che la luce solare si riflesse attraverso loro sulla fiancata della barca in un giroscopio iridescente.
Fu forse il sorriso sornione o l’innata indole di chi naviga al giocare d’azzardo a convincere il greco, che annuì dopo appena un'istante d'esitazione.
«Ci mettiamo qui?» domandò indicando lo spazio libero sulla banchina, fra gli imballi di stoffa e gli otri di acqua.
«Diavolo, sì. Staremo anche comodi in mezzo a tutta questa roba» Simone si spostò verso il luogo scelto, seguito dai suoi compagni e subito dopo i marinai, muovendosi a gruppetti della stessa etnia, superarono la paratia e si sistemarono vicino a loro.
Folco non prese parte ai lanci, accontentandosi di osservare i nuovi venuti e quando, complice l’alternarsi equo di vittorie e sconfitte annaffiate dal vino di più d’un orcio gli animi si sciolsero un poco, tentò di iniziare una conversazione con uno dei marinai non impegnati nei lanci.
«Come è stata la traversata?» L’uomo, un tipo magro e bruno dagli occhi obliqui e il naso pronunciato che dominava il viso spigoloso gli sorrise a mezza bocca mostrando una fila di denti marci, poi fece spallucce e tornò a voltarsi.
Il greco che aveva iniziato il gioco con Simone, senza alzare gli occhi dalla stuoia, intervenne.
«Non può comprenderti. Non ha mai pronunziato una sola parola di una lingua cristiana da quando è a bordo.» Ridacchiò, imitato dagli altri.
«E come fate a dirgli cosa fare?»
«C’è poco da spiegare» questa volta alzò la testa. «Il capitano non vuole donne a bordo e le nostre traversate sono lunghe, a volte» ammiccò a Folco che esitò, ma poi comprese e sgranò gli occhi.
«Andar per mare abitua a mangiare quello che capita, ragazzo» sentenziò Simone, per nulla sorpreso.
«Soprattutto di questi tempi» concordò cupo il marinaio e gli altri che comprendevano la lingua italica si unirono a lui con cupi borbottii.
«Perché? Cosa succede, di questi tempi?»
«Succede che non c’è più nessuno a contrastare i saraceni dell’Apulia.»
«Come? Non sapete nulla?» chiese un altro, anche lui dall’aspetto e dall’accento greco, notando l’accigliarsi di Folco, Simone e tutti gli altri.
«Cosa dovremmo sapere?»
«La flotta del Doge, quella costruita per eliminare perfino il ricordo dei maomettani, è stata distrutta. Non c’è più nessuno a contendere il mare a quei diavoli.» Il silenzio calò improvviso, e i marinai giunti da Venetia sembravano alquanto sorpresi nel constatare l’ignoranza dei cluentini a tal riguardo; ma in breve le espressioni incredule di questi ultimi lasciarono spazio a volti tesi, che annuivano mentre legavano i fili dei numerosi indizi percepiti in un'unica trama: quella nave attesa che non era mai arrivata, la grandissima flotta che aveva incrociato a largo e che tutti credevano essersi fermata nel meridione perché nessuno l’aveva più rivista passare verso nord, le navi che superavano i porti senza fermarsi, quasi avessero il demonio alle calcagna.
Folco si allontanò di qualche passo, seguendo il filo di un suo ragionamento. Alcune domeniche prima un messo dell’Episcopo di Firmum era giunto per ordinare a suo padre di inviare un decimo degli uomini liberi abili con le armi per servizi di presidio costiero nei pressi della foce del fiume Truentum. Arnaldo aveva immaginato che vi fossero problemi con il gastaldato d’Aprutium, i cui limiti settentrionali erano definiti da quel corso d’acqua, e invece era per tema delle ripercussioni dei saraceni. Come minimo si sarebbero dovuti moltiplicare gli attacchi alle coste. Invece non era avvenuto nulla, al contrario erano mesi che non giungevano nuove su quei predoni del mare.
«Non abbiamo alcun avvistamento, né sono state riportate notizie di attacchi» disse Folco.
«Infatti! Non avrebbero dovuto piombarci addosso come tanti lupi famelici, ora che i pastori e i cani da guardia sono stati fatti fuori?»
I veneti non replicarono, ma era chiaro dalle loro espressioni che anch’essi ritenevano anomalo che non fossero già iniziate le incursioni.
«Abbiamo viaggiato temendo il peggio, per questo l’umore a bordo non è dei migliori. Temevamo, nel doppiare Ancòn, di finire in chissà quale guaio, ma ora che così affermate sembra che i nostri timori siano stati infondati» disse il greco. «Ce li aspettavamo numerosi come sciami di locuste.»
«Anche un nugolo di locuste» disse l’anziano pescatore che fino a quel momento non aveva parlato né partecipato ai giochi «ha bisogno di un certo tempo per raggrupparsi. Quando poi diventano così fitte che non si riesce a passarvi attraverso, le locuste iniziano a muoversi e nulla resiste al loro passaggio.»
La sentenza dell’uomo fu sufficiente a riportare a terra gli animi appena risollevatisi. Smisero i giochi e ognuno tornò alla propria occupazione. Folco guardò l’orizzonte del mare, così terso che concentrandosi si poteva intravedere la sottilissima linea della costa dalmata. Non vide vele ma non si sentì affatto sollevato.


* * *

Matilde uscì dal portone sul lato che guardava al mare, cercando così di evitare Arechi , il giovane guerriero ormai palesemente invaghito di lei che non perdeva mai occasione per parlarle. Aveva intravisto l’uomo di guardia alla porta dei monti, quella più comoda per lei da attraversare per ritornare al poggio della sua famiglia. La corte che le stava facendo si era fatta ogni giorno più ardita, e sempre più efficace, dovette ammettere a se stessa sentendo palpitarle il cuore al solo pensiero. Ciò nonostante, qualunque fossero i suoi sentimenti, era bene per tutti e due che la faccenda terminasse senza ulteriori sviluppi. Si caricò sopra la testa il cesto del pane appena cotto, cercando di bilanciarne il peso sul fazzoletto arrotolato intorno ai capelli. Una coppia di giovani unita in matrimonio di recente si sorrideva nel cortile della loro abitazione. Matilde sentì una stretta al cuore. Il suo destino non avrebbe mai avuto contorni così dolci. Isolato dal resto del mondo, in lotta praticamente contro tutti, suo padre Alperti aveva perduto qualsiasi speranza di poter contrarre un matrimonio conveniente per sua figlia. Nel suo delirio ormai irreversibile fantasticava di dominare un impero, quando a loro non restava che la poca terra nella quale si erano arroccati. E, cosa ancor più terribile, dopo aver perduto anche l’ultimo figlio maschio, era ossessionato dal pensiero di non avere più un erede e alcune notti prima si era fatto vicino a lei, nel grande giaciglio di casa, e aveva iniziato ad accarezzarla con insistenza, al punto tale che riuscì a indovinarne gli intenti pur non avendo mai consumato l’amore fisico. Inorridita, era scivolata via da sotto le calde coltri e si era messa a dormire su una panca vicino al focolare. Non aveva più osato tornare nel giaciglio di famiglia nelle successive notti. Il padre non aveva commentato la cosa, né aveva insistito con il tentativo.
Persa nei suoi pensieri non si era resa conto dei passi affrettati alle sue spalle.
«Dovevi considerare meglio il tuo percorso, se volevi evitarmi» le disse Arechi  tirando il fiato. Si pose al suo fianco, cercando di nascondere la fatica dietro il miglior sorriso sulla sua bocca storta. Con un sospiro si sfilò l’elmo. Il retaggio dei suoi avi si rispecchiava nei lunghi capelli biondi che tirò via dal volto con un gesto rapido.
«Quel che non mi spiego, invero, è come mai avete abbandonato il vostro posto di guardia.»
«La risposta a questa domanda mi sembra superflua, non credi?» l’allegrezza del giovane fu contagiosa e Matilde si ritrovò a ridacchiare divertita.
«Immagino dovrete tornare al portone ora. Vi saluto.»
«Non così presto, mia cara. Ho chi mi sostituisce e preferirei scortarvi a casa, preoccupandomi per la vostra incolumità» ammiccò. «Mia signora» aggiunse.
«Immagino che non riuscirò a liberarmi di te allora» capitolò lei. Usavano sempre l’alternanza di modi confidenziali ad altri più formali. Lei lo riteneva un tentativo legittimo di mantenere una certa distanza, mentre per lui non era che un modo per canzonare la blanda posizione difensiva della ragazza. «Ma non camminarmi a fianco, mio signore.»
«Due passi di lato e uno dietro pensi possano bastare come distanza?»
«Non basterebbero cento passi, ma mi sento più sicura a poter controllare il mio cavaliere, che saperlo dietro di me a tramare come rapirmi la notte.»
«Ho già un piano, mi occorre una mano amica che apra l’infisso della vostra finestra.»
«Così semplice? Pensavo ci sarebbe stata una lotta, e che con un salto sareste balzato oltre la cinta di pali infilzando e uccidendo chiunque pensasse di por fine al vostro oltraggio.»
«Oh, no! Come potresti amarmi se facessi strage di tuo parenti? Io propongo sia fatto senza salti, né combattimenti, mantenendo intatto il finale.»
Matilde arrossì e reclinò il capo ma non rispose.
«Ad ogni modo sono seriamente tentato di farlo. Per portarvi dove non saremmo che noi due soli, e il nostro amore. È davvero un bel posto dove portare una donna, la mia donna, quello che ho in mente.»
«Smettila ora, lo sai che non mi piace che mi parli così» non le riuscì di arrabbiarsi però.
«Lo so. Dovrei agire e non parlare» alzò il naso, soddisfatto del proprio ardire.
Arechi  era un arimanno senza moglie della casa dello Sculdascio. Un buon partito per la famiglia di Matilde se suo padre non avesse chiuso il mondo fuori dal loro recinto. La sua bellezza d'uomo fatto era un po’ spigolosa ma superiore alla media. Il ragazzo si era sempre comportato bene con lei e non le sarebbe affatto dispiaciuto divenire la sua donna, e poi sua moglie secondo i rituali di legittimazione. Nessuno al Vicus però avrebbe ben visto una simile unione, e Arechi  sarebbe andato incontro a delle conseguenze a farsi vedere in sua compagnia, ne era certa. Si pentì della confidenza concessa anche ora, come ogni volta che lui le si avvicinava. Non sapeva resistergli nonostante cercasse di evitare che quella sensazione che sentiva calda come brace sopita divenisse un fuoco. Nessuno dei due avrebbe più voluto spegnerlo se fosse divampato.
A circa metà del percorso, quando mancava meno di una svolta per scorgere la villa di famiglia, Arechi  si fermò.
«A domani, allora.»
«Domani non verrò a cuocere il pane, chiedete fin troppo per queste poche pagnotte, solo perché sono figlia di chi sono.»  Ma almeno lo Sculdascio le aveva concesso di cuocerne, quando avrebbe potuto benissimo impedirlo, pensò. Non farò morire di fame nessuno per colpa dei deliri di un vecchio folle le aveva detto, e così era stato.
«Chiediamo?» Arechi  alzò un sopracciglio.
«Sì. Voi del Vicus.»
«Io ti farei cuocere tutto il pane che vuoi, dipendesse da me. Mi basterebbe una carezza delle tue morbide mani.»
«Allora dovrai comprarti un forno.» Gli sorrise in tralice, per nulla impressionata «E poi le mie mani sono tutto tranne che morbide.» Gli mostrò la sinistra mentre con l’altra teneva fermo il cesto del pane. Era la mano di chi aveva sempre lavorato duramente, callosa e spaccata come terra riarsa dalla siccità.
«C’è più nobiltà nella tua mano che in quella di madonna Lucilla.»
«La moglie dello Sculdascio Arnaldo ha splendide mani, per quel che ho potuto vedere.» Ma non fu convincente nel suo voler sembrare disinteressata alle parole del guerriero e l’altro, sorridendo trionfante, afferrò la mano che lei ancora porgeva e con un sussulto nella voce le disse emozionato: «Lasciate a me giudicare della nobiltà del vostro corpo.»
Matilde avvampò e rispose qualcosa che non le uscì come verbo di cristiano: poteva essere un ringraziamento o un insulto, Arechi  non comprese. Lei corse via, lasciandolo in mezzo al sentiero, con le mani ancora tenute a coppa ma senza più altra mano a reggere.
«Arrivederci, mia signora.»
Matilde si voltò e, ancora rossa in volto, gli urlò. 
«Una mano che aprirà quell’imposta la troverete, se riuscirete a bussare questa notte.» E già correva verso casa, con il cesto che le ballava in testa.


>>> terza puntata. Venerdì 16 giugno