Bayeux tapestry

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venerdì 16 giugno 2017

Apocalypsis Nunc. Terza puntata.




L’odore delle focaccine cotte sulla pietra dagli uomini di Tebaldo giungeva da sotto la tenda che era stata montata sulla spiaggia, aperta su tre lati e non molto ampia; una specie di tettoia di panno. Il signore del pontile, con i capelli riccioluti che ondeggiavano sotto le spinte del persistente vento marino, stava assaporando del vino con il comandante della nave.
«Figlio di Arnaldo, unisciti a noi.»
Folco salutò i marinai e si avvicinò ai due uomini. Quando sorseggiò il vino dalla coppa offerta sentì la testa pulsargli per qualche istante prima che il corpo assorbisse l’alto volume alcolico.
«È buono, o no?» gli domandò Tebaldo.
«Molto forte» schioccò le labbra «non avevo mai provato niente di così aromatico.»
«Ho mescolato alcuni vitigni che di solito vengono sfruttati separati.»
«Vini così se ne trovano di rado, la vostra terra è benedetta per questo» disse il veneto.
Tebaldo era entusiasta dei loro complimenti. Continuava a tirarsi via i capelli dal volto e non smetteva di sorridere.
«I miei avi decisero di trasferirsi qui anche per questo.»
«A te, franco di stirpe franca» brindò Folco, ricordando che Tebaldo così amava esordire ogni volta che prendeva la parola a una qualche riunione di nobili.
«Ben detto, giovane Folco.»
«I miei marinai hanno incupito tutti quanti, vero?» cambiò d’un tratto discorso Cesare dei Braghi, schiarendosi la gola.
«Temono i saraceni.»
«Saraceni? Non se ne vedono da almeno due anni, e tutte le volte hanno preferito non perdere tempo qui da noi» intervenne Tebaldo.
«Già, ma ora che hanno bastonato le forze del Doge sono padroni dell’Adriaticum»
«E non sarebbero dovuti giungere, ormai?» domandò Folco per saggiare la loro risposta e confrontarla con quella dei marinai.
«Sì» Cesare non disse altro, tornò a ingollare il vino guardando di traverso la sua barca. Tebaldo fece spallucce.
«E allora perché non li abbiamo visti?» domandò il franco.
«C’è sotto qualcosa» disse Cesare riprendendo il discorso.
«Ma no, siete dei paranoici che non vedono al di là della prime onde» indicò il mare. «Io ho respinto tre incursioni in dieci anni. Per me hanno capito che aria tira a molestare i sudditi dell’imperatore. E se anche hanno avuto ragione della gente del Doge, devono aver preso la saggia decisione di approfittare della vittoria e darsi alla coltivazione» ridacchiò divertito, ma Cesare non parve affatto convinto, scosse il capo e si alzò per andare a prendere una delle pastelle di farina cotte sulla pietra.
«Lasciamo stare, piuttosto: prepariamoci per un banchetto di quelli che non si dimenticano. Tuo padre è già stato messo al corrente dell’arrivo di Cesare, fra poco verrà lui stesso a invitarci a cena.» disse Tebaldo, versando altro vino nella coppa di Folco. Il ragazzo si sporcò appena le labbra, perché il vino non allungato era troppo forte per i suoi gusti, e annuì, ricordando di aver visto uno dei ragazzi del franco dirigersi verso il Vicus a dorso di mulo.
«Verrà addirittura qui?»
«Certo! Cesare è un buon amico e grazie a lui dovremmo riuscire ad aprire una nostra dogana.»
I proventi della quale avrebbero dato linfa vitale nuova alla piccola comunità che cercava di risorgere dalle rovine dell’antica Cluana. Era il sogno di suo padre, pensò con una lieve eccitazione Folco, che era cresciuto nel mito del glorioso passato romano e sentiva, nel profondo, che il suo genitore l’avrebbe realizzato.

***
Arnaldo figlio di Ugo, nobile discendente dei guerrieri che resistettero all’imperatore Carlo e a lui si sottomisero solo dopo aspra lotta, entrò dalla porta dei monti salutato dagli uomini di guardia.
Ricambiò con un cenno e rivolse una smorfia a Arechi  che, accaldato, si appoggiava in un angolo. Scosse la testa immaginando che si fosse trattenuto con qualche contadina compiacente. Il guerriero, intuendo il pensiero del suo signore, sgranò gli occhi negando con il capo.
«Non preoccuparti, prenderò a servizio tutti i tuoi bastardi» sorrise.    «Sempre che dimostrino di avere un briciolo di sale in zucca più del padre.»
Le risate degli altri armati soffocarono il tentativo di Arechi  di rispondere, e Arnaldo seguitò lungo la strada principale. In realtà non era molto di più di un sentiero ricavato in gran parte sul tracciato ormai dissestato di un’antica viuzza pavimentata, una di quelle minori, perché distante dal vecchio foro di Cluana. Ciuffi d’erba e ciottoli dissestati rendevano il passo discontinuo in alcuni punti, ogni tentativo di rimettere in sesto l’antica opera veniva vanificato dall’imperizia degli operai e la pioggia o il passaggio di carri e cavalli aprivano nuove buche sempre più profonde. In alcuni tratti erano state scalzate via le pietre, soprattutto davanti alle porte di casa degli abitanti del Vicus che, arresisi dinnanzi all’inesorabile degrado del Pavimentum, lo strato superficiale, ne avevano riutilizzato i materiali per le proprie abitazioni e nei cortili, livellando poi il tratto in un gestibile, semplice, terreno battuto.
Arnaldo sapeva che prima o poi avrebbero dovuto ordinare di fare altrettanto per il resto della via maestra, ma per il momento preferiva rimandare i lavori e godere della vista, ai suoi occhi gloriosa, delle zone ancora in buono stato. Poteva sentirne la grandiosità con il semplice calcare dei suoi piedi e, unico fra tutti quelli che vi abitavano, riusciva davvero a vedere come era stata al tempo di massimo splendore di Roma. La strada, Cluana, il mondo. I suoi occhi coglievano la magnificenza scomparsa dalle rovine degli edifici diruti, dai pavimenti a mosaico quasi del tutto sepolti. Le colonne dei templi, ora utilizzate come muri portanti per le baracche e sulle quali venivano inchiodate assi e pelli conciate per creare pareti e divisori, parlavano di un'epoca che forse non era perduta per sempre. In cuor suo sentiva che con tempo a sufficienza, nella pace che ora regnava nella Marca, era possibile far tornare alla luce quel passato. Con la volontà di uomini come lui si poteva tornare a essere romani.
Arrivò, immerso nei suoi pensieri, nella piazza, l’unica del Vicus, dominata dalla chiesa dedicata alla memoria del Santo Marone Martire . Il portale era aperto e a breve sarebbe iniziata la funzione religiosa. Si affrettò verso la sua abitazione, una costruzione in legno e mattoni di due piani, l’unica di quell’altezza insieme all’edificio sacro al suo fianco. Doveva cambiare i calzari e le braghe sporchi di fango. Anche se Oddo non aveva mai dato peso a tali formalità, ritenendo che fosse importante essere presenti più con la mente che con il corpo alle funzioni, era buona norma che lo Sculdascio non si mostrasse mai privo di decoro nelle occasioni di riunione. Secondo il grasso prete ci si poteva abbigliare con gli ori di Persia, tanto se sotto si celava un’anima sporca Dio l’avrebbe comunque vista e giudicata per quel che era. Sorrise al pensiero di Oddo che pontificava come se si trattasse di un episcopo e mandava su tutte le furie quello, legittimo, di Firmum. Gli aveva  raccontato che al Vicus era stato assegnato un episcopo un paio di centinaia di anni prima,  ma poi si era creato un eccessivo numero di questi boriosi prelati, e molti erano stati declassati, spogliati dei paramenti o energicamente invitati a convertire barbari e i pagani. «Cosa se ne fa un gregge di dieci pecore di cento pastori?» aveva sentenziato Oddo concordando su quelle misure. Arnaldo non era convinto, se l'episcopo era stato tolto al suo Vicus lo si doveva imputare ai nobili che non avevano saputo attrarre gente e creare un centro degno di essere una sede episcopale. Forse lui ci sarebbe riuscito, si disse con convinzione.
Nella grande sala che costituiva quasi per intero il piano terra della sua casa  – l'unica ad avere un soppalco che aggiungeva un piano della metà della superficie bassa, dove lui e la sua famiglia avevano i loro spazi personali – gli venne incontro Bosso, il maestro della casa. «Signore» lo appellò Bosso, arrivando trafelato.
«Dimmi Bosso, cosa mi attende di terribile nell’immediato futuro?»
«Tebaldo dice che è arrivato Cesare.»
«Questa sì che è una notizia. Devo correre da loro.» Diede istruzioni perché gli fossero portati degli abiti puliti, e comodi.
«Folco!» chiamò a gran voce. «Folco!» provò di nuovo guardandosi intorno
«È partito stamattina presto» gli disse Bosso raggiungendolo con il cambio richiesto.
«Ah già, quel corsiero nuovo che smaniava di cavalcare. Molto bene, vedrò di fargli sapere la novità. Dai istruzioni alle cucine, che preparino un banchetto degno di un imperatore, tornerò con ospiti di riguardo.»
«Anche il franco verrà?»
«Ne sono sicuro. È il primo a presentarsi quando c’è da mangiare alla mia tavola.»
Bosso gli diede una mano a spogliarsi degli abiti sporchi. Un ragazzetto si affacciò dal portone e cercò lo sguardo del servitore anziano: «Mi ha fatto chiamare?»
«Prepara il cavallo dello Sculdascio e fai venire i suoi per scortarlo.» Il giovane corse via
«La figlia dell’Alperti continua a venire a cuocere il pane da noi» continuò poi Bosso come se ci fosse attinenza con quanto si era detto fino a quel momento.
«Non le ho mai vietato di farlo.»
«Torno a ripetere che è quel che dovreste fare, invece.»
«E perché mai dovrei negarle il pane? Finché se ne stanno quieti e hanno di che pagare, possono cuocerne quanto ne vogliono.»
«Non spetta certo a me ricordare allo Sculdascio che quell'Alperti ha più volte dichiarato la sua completa indipendenza. Non paga tributi, non manda stagionali per i lavori, non mette i suoi guerrieri a disposizione.»
«Risolveremo il problema senza abbassarci al suo stesso livello. Stasera sapremo se ci sarà concessa una dogana autonoma. Se sarà possibile aprirne una non gli resterà che ammettere la nostra superiorità su quello scalcinato castrum che lui ritiene sede di chissà quale impero di quattro pecore.»
Bosso non parve contento, Arnaldo lo guardò e si domandò se esistesse, per il vecchio, una qualsiasi cosa capace di essere per lui motivo di felicità.
«Dovreste bruciare quella baracca e appendere per i piedi gli aldii che si sono sottomessi a lui. Vermi striscianti quelli, che pur di non tornare a servire convincono il vecchio della fondatezza delle sue fandonie» sputò a terra con convinzione e Arnaldo scosse il capo.
«Tornerà a chiedere il mio perdono. Il duca stesso e l’episcopo l’hanno abbandonato al suo rancore, non resisterà per molto ancora.» Alzò una mano in tempo per fermare la replica di Bosso. «Ma qualora questo non avvenisse sarò pronto a combatterlo senza alcuna pietà.»
Bosso annuì, dando la sua approvazione a quelle parole. Controllato che gli abiti del suo signore fossero in ordine, uscì nel cortile per sorvegliare la preparazione dei cavalli. Arnaldo affibbiò il pesante cinturone decorato e spostò la spada da quello grezzo che indossava per la maggior parte del tempo. Ora era pronto ad accogliere i suoi ospiti, si disse soddisfatto.

***
La mattina in cui Cesare ripartì con il suo equipaggio, tre giorni dopo il loro arrivo, faceva più freddo del solito. Folco si era stretto nel mantello e anche suo padre, in sella accanto a lui, si era avvolto nella cappa pesante mentre attendevano agli ultimi preparativi prima che la nave veneta mollasse gli ormeggi.
«Il Monte di Ancòn è coperto dalla foschia, in questa stagione è molto raro che avvenga. Ci sarà bruma fitta, a breve» disse Arnaldo scrutando la nebbia che si alzava dal mare e si addensava sotto le nuvole plumbee. Tebaldo dei Franchi era rimasto sul pontile e dava istruzioni ai servi. Ai suoi piedi c’era una pesante cassa rinforzata da listelli di ferro. Due uomini armati e vestiti di tuniche nuove per impressionare, anche nel commiato, i veneti, vi montavano la guardia. A un cenno di Tebaldo lo aprirono mostrando il contenuto: stoffe grezze e vesti, giare sigillate con cera vermiglia – piene del vino da lui prodotto nell’ultima vendemmia – boccali di buona fattura anche se non di materiale prezioso e pani di cera d’api per combattere il gelo che in mare poteva anche uccidere. Erano dei doni forse parchi per chi, come Cesare, aveva potuto vedere la ricchezza delle città dei greci, ma Folco sapeva che dalle sue parti voleva dire molto riuscire a mettere insieme il contenuto della cassa. Donarlo era un atto di grande prodigalità.
«I nostri doni non sono stati da meno» sussurrò a suo padre, che annuì.
«È vero figlio mio, forse ancor più preziosi di questi. Spetta però a Tebaldo l’onore di donare alla partenza. È stato lui a introdurmi Cesare, e devo rispettare il rapporto di amicizia che intercorre fra loro.»
Il signore del porticciolo stava distribuendo, e abbinava una frase o una preghiera adeguata per ogni membro dell’equipaggio che sporgeva le mani oltre la fiancata.
«È tempo di salpare, saranno giorni di freddo e bruma questi» sentenziò Cesare allargando un braccio in direzione del mare. «Prima doppieremo il Monte e meglio sarà.»
«C’è buon vento da meridione.»
«Sì, terrà bene per qualche giorno, sarà un piacere per chiunque navighi verso l’aurora» rise forte. «Addio allora, amici miei. Al mio ritorno avrete una dogana, preparate le assi per i pontili» salutò con forza mentre gli ormeggi venivano sciolti e gli uomini prendevano a remare per portare la nave a vento. Quando furono spiegate le vele, Tebaldo smise di salutare e si voltò verso Arnaldo, che aveva atteso la partenza rimanendo a cavallo, circondato dai suoi, per mostrare la forza, piccola ma agguerrita, del Vicus Cluentensis. Schierati lungo la spiaggia sfoggiavano tutti le migliori tuniche, e le armature a scaglie erano così lucide da riflettere la luce del sole.
«Sculdascio, questa volta sono certo sarà quella buona.»
«Me lo auguro. In tal caso dovremo provvedere a creare un solo punto di attracco, e nominare qualcuno che ne gestisca il traffico responsabilmente» ammiccò verso l’altro.
«Qualcuno che protegga i naviganti dalle ruberie dei mercanti del Vicus» rincarò Tebaldo.
«E intaschi una percentuale dei loro dazi, per tale protezione» intervenne Folco con tempismo, provocando le risate generali.
«Esatto, giovane Folco, esatto.» Tebaldo si fregò le mani, pregustando i futuri guadagni.
Lungo la strada verso casa Folco spronò il suo cavallo più volte, inerpicandosi sulle chine sabbiose e guidandolo con abilità fra siepi e tronchi. Saltò un ampio fosso e poi, con un eccitatissimo galoppo, ritornò al fianco del padre, ansante per la dimostrazione di abilità.
«Non c’è dubbio: il miglior corsiero per il miglior cavaliere che abbia visto correre nelle mie terre» disse Arnaldo orgoglioso. «Domenica andremo a caccia nella valle di meridione, fra i boschi del Santo Lepido.»
«Sempre se il tempo non peggiorerà.»
«Non temere figlio mio, nella nebbia si può comunque cacciare. La sfida sarà ancora più interessante» disse con un ampio sorriso.
Pace e prosperità per la sua gente, per suo figlio e per i figli dei suoi figli. Tutto questo stava per realizzarsi dopo tanti anni di lotte, di fedele servizio,di impegno.
«Vediamo come se la cava il tuo corsiero in un inseguimento» disse all’improvviso dando di sprone. Folco, sorpreso solo per un istante, incitò il suo cavallo dietro quello del padre con alte grida, deciso a non perdere la sfida. 




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