Bayeux tapestry

Bayeux tapestry

venerdì 28 luglio 2017

Apocalypsis Nunc. Finale.


Matilde non ricordava più da quanto tempo correva. Aveva iniziato presto, all’alba del secondo giorno che aveva trascorso nascosta. Si era avvicinata a un ruscello per bere, vinta dalla sete. Mentre se ne stava piegata sull’argine un rumore le aveva fatto alzare la testa.
Allora aveva visto il nemico, l’aveva guardato per la prima volta e trovata orrenda la carnagione scura puntellata di macchie nere, grandi come lenticchie, che gli sporcavano gli zigomi. Indossava una tunica chiara, tenuta stretta in vita da una cintura borchiata. Sotto di essa, fra le pieghe della veste, si intravedeva un corpetto rigido molto scuro. Una corazza di pelle o qualcosa del genere.
L’uomo aveva appoggiato lo scudo e la lancia a terra. La punta di ferro dell’arma era incrostata di una sostanza color vino ma brillava comunque, fra i riflessi del sole sull’acqua.
Il saraceno si portò l’acqua al volto un paio di volte, poi si lavò con metodo gli avambracci.
Cantilenava qualcosa nella sua lingua e teneva gli occhi chiusi. Con le ginocchia piegate, unite fra loro, rimase fermo per qualche istante, le palpebre abbassate, il volto sereno rivolto nella direzione in cui Matilde si trovava, immobile e scioccata, incapace di fare qualsiasi movimento.
Aveva trattenuto il fiato tanto a lungo che un gorgoglio strozzato le uscì dalla gola. Nell’istante esatto in cui il moro aprì gli occhi e, sconcertato, li posò su di lei, Matilde sentì, comprese con la forza di un marchio a fuoco, che voleva a tutti i costi vivere.
Con uno scatto si alzò e lanciò la pietra che aveva in mano. Non attese di vedere dove avesse colpito – perché il grugnito dell’uomo le confermò di averlo centrato – ma iniziò a correre nella direzione opposta.
Correva verso le colline, dal mare giungevano i mori e lei voleva vivere. Si maledisse per aver lanciato il sasso d’impulso. Doveva trovarne un altro, perché a mani nude non sarebbe sopravvissuta, ne era certa. Un sasso! Si fermò.
Lo aveva visto anche se gli occhi erano annebbiati dallo sforzo prolungato, lo raccolse e sentì nuova forza scorrerle nelle vene. Si appoggiò al tronco di un albero. Il sole era alto. Tentò di fare due conti ma non le occorreva, decise scuotendo il capo, per capire quanto avesse corso: era arrivata in cima alle colline che guardavano il mare.
Sentì le gambe farsi di burro, non era andata verso l’interno ma, presa dal panico, aveva corso parallelamente al mare, verso meridione.
Era stanca, anche il suo spirito era prostrato, e non v’era rimedio nel riposo fisico. Voleva fermarsi per non riprendere più il cammino; sarebbe dovuta morire con Arechi . Lo amava, di quella forza che si prova quando si perde l’occasione di vivere l’amore e vederlo sfiorire, magari, trasformato dal tempo in cruda e insopportabile realtà. Come accadeva a quasi tutti perché così era la vita; la maggior parte delle donne non poteva neanche scegliere chi amare e doveva fingere per accettare le scelte fatte dalla famiglia. A lei era rimasta solo la superficie dorata dello specchio di un lago al tramonto. Lo spettacolo più magnifico, prima del nero della notte, immediatamente dopo il vacuo del riflesso distorto del contorno sulle acque. Lei aveva il meglio, aveva nel cuore l’amore più puro non sporcato di vita e di quotidiano. Doveva morire. Ora ne era certa. E sapeva anche dove attendere la fine. Si mosse con un'inopportuna serenità, diretta all’altare del Santo Cristoforo. Lì Arechi  l’avrebbe sposata, glielo aveva promesso. Doveva morire laggiù e lasciare che le loro anime si toccassero per l’eternità.

***

Si fermarono, protetti dal folto del bosco, distrutti dalla fatica e dalle ferite.
«Non… non posso credere a quel che vedo.»
«Mio signore, risparmia le forze. Non parlare» Aldoneprovò a detergergli la fronte; Arnaldo scansò la mano con uno scatto rabbioso ma debole.
«Dannati tutti loro. Folco ancora regge sui bastioni? E mia moglie, dov’è Lucilla?»
«Mio signore…»
«E smettila di balbettare» tossì. «Folco è ancora fuori, vero? A caccia di cervi e di donne» rise e il sangue fiottò dalle labbra strette a fessura.
Aldonetacque, non aveva idea di come rispondere ai deliri dello Sculdascio, ormai preda delle allucinazioni provocate dal dissanguamento. Il braccio sinistro di Arnaldo era stato reciso all’altezza del gomito ma, scosso da tremiti e delirante, non sembrava rendersene conto. Girava la testa qua e là senza soffermarsi a osservare nulla in particolare e borbottava parole sconnesse, con il sangue che gli gorgogliava in bocca.
«Le ho ammazzate tutte, vero? Le mie donne. È loro il sangue sulle mie mani» disse alzando il braccio e il moncherino, come a congiungere gli arti davanti ai suoi occhi. «Le ho sgozzate per bene, vero?» aggiunse piegando la testa sulla spalla. Un pianto sommesso e continuo lo colse, in quel momento di lucidità.
«Dov’è Roma, adesso? Dove. Non saremo più romani.»
«Mio signore, dobbiamo andarcene ora. Non è sicuro qui.»  Erano gli unici due sopravvissuti dell’intero Vicus. Per quanto ne sapevano, tutti quelli che erano all’interno della palizzata durante l’assedio erano morti. Avrebbero voluto immolarsi anche loro sulle spade dei saraceni, ma nello straziante addio con cui Arnaldo aveva salutato sua moglie, lei gli aveva fatto promettere che avrebbero salvato le reliquie del santo custodite nella chiesa. Oddo era scomparso prima dell’attacco e nessuno le aveva prese in considerazione finché la donna non li aveva obbligati, strappando loro quel voto, a correre nell’edificio sacro, prelevare una o due ossa dall’urna e aprirsi la strada combattendo, mentre intorno a loro si consumavano gli ultimi atti dell'assedio. Aldonesoppesò lo straccio che conteneva i frammenti ossei. Valeva la pena continuare a vivere per quell’involto? Non si era mai sentito così solo in tutta la sua vita. Arnaldo scivolò su un fianco. Aldonelo afferrò per raddrizzarlo, ma la testa ciondolò senza vitalità. Un fiotto di sangue denso colava da un lato della bocca. Lo scosse un poco ma lo Sculdascio non ebbe reazione. Quando si accostò a lui e non udì il respiro, gli fu chiaro che il suo signore era morto. Se ne era andato così, senza una parola, senza un saluto o una frase di congedo. Era morto così come era morto il Vicus. Senza un sussulto di gloria, lordo del sangue dei suoi abitanti e delle persone amate, aveva smesso semplicemente di esistere. Le fiamme del villaggio fortificato sembrarono rombare ancora più fameliche di prima e il guerriero si immaginò i saraceni danzare nudi intorno a esse, come demoni chiamati al mondo dalle fattucchiere, nelle notti di plenilunio. Doveva andarsene. Morire laggiù, con i suoi cari e i compagni aveva forse un senso, ma farlo in mezzo ai boschi, braccato come un cane, no. Si alzò in piedi e contemplò il cadavere di Arnaldo: non c’era modo di dargli una degna sepoltura ma non poteva tollerare l’idea che i mori potessero dissacrarne il corpo. Lo spogliò allora dell’armatura e delle vesti e lo nascose fra i cespugli prospicienti il mare. Meglio le bestie selvatiche che gli adoratori del diavolo d’Arabia. In ogni caso, pensò, non era rimasto nessuno che avrebbe potuto far visita alla tomba dello Sculdascio, dopo quella notte. I saraceni avevano tolto loro perfino la possibilità di ricordare. Si issò in spalla gli oggetti appartenuti al defunto e strinse in mano i resti del santo martire, vi chiuse intorno le dita con tutta la forza di volontà che aveva. Non c’era più nulla per lui, ora, se non sopravvivere e compiere la missione che la moglie dello Sculdascio aveva affidato loro, un istante prima di chiudere le sue mani intorno a quelle di Arnaldo, strette all’elsa della spada, e aiutarlo a spingere la lama nel suo ventre. Era morta coraggiosamente, senza urlare, il volto una volta nobile deformato da una smorfia quasi di sfida.
Camminò per un lungo tratto finché, in cima alla collina che separava la valle del Cluentum dai fondi del fosso del Vicus, vide di nuovo il mare. C’erano troppe navi al largo, più di quelle che erano vicine al litorale e dalle quali erano sbarcati gli uomini che li avevano attaccati. Nessun luogo della costa, per tutta l’estensione di quelle acque, era al sicuro. Come colpiti da una piaga divina, non vi era stato scampo per nessun castellum, nessuna villa, vicus o monastero. L’unica sua possibilità era trovare un posto dove nascondersi fino alla fine di quell’apocalisse. L’istinto lo portò a osservare le colline a ponente: quella del tempio romano, un vecchio rudere sepolto dalla vegetazione, tagliava in due la stretta vallata del fosso del castello. Se non ricordava male, l’ultima volta che era capitato da quelle parti durante una battuta di caccia, il tetto era in parte integro. Oddo o Arnaldo, non ricordava, gli aveva raccontato che il tempio era diventato la villa di un abbiente verso la fine della romanità ma poi, fra guerre e pestilenze, quella famiglia si era estinta e nessuno era più andato a rivendicare le rovine. Avrebbe potuto trovare un buon riparo lassù, e con un po’ di fortuna i saraceni avrebbero ignorato quella zona spopolata. Chilperico, figlio di Aldone, sarebbe sopravvissuto, si disse, al riparo fra le rovine dei romani.

***
L’idea della lama che penetrava la carne della sua pancia, spinta dalla forza della disperazione, si era fatta meno orribile a ogni passo che compiva diretto verso l'altare del Santo Cristoforo. Era stato testimone della devastazione che aveva preso il posto della villa fortificata di Alperti. Quei corpi carbonizzati lasciati sotto il cielo, erano tutti identici a Matilde nella deformità del loro avvizzimento: si era sentito morire cento volte nell’osservarli uno a uno alla ricerca di una conferma che già nell’intimo aveva avuto.
Indisturbato raggiunse l’altare dove le aveva promesso che avrebbero consacrato la loro vita insieme. Non aveva incontrato nessuno nel suo ultimo viaggio. Tutti perivano, ogni cosa veniva distrutta intorno a lui, e per lui invece non c’era più stato un solo saraceno sulla cui arma immolarsi, in un ultimo sussulto di tragica gloria. Forse era il preludio alla morte, quella terribile solitudine che lo avvolgeva. Si muore un po’ alla volta, l’anima cerca di rimanere attaccata al corpo anche se non vi è più speranza. Da qualche parte aveva la ferita che l’aveva ucciso ma non la percepiva più. Stava morendo così, un pezzo alla volta? si domandava mentre camminava nella quiete irreale delle colline dell’antica Cluana. Quando si inginocchiò ai piedi della sacra composizione di massi, sormontata da una croce di legno scheggiata, provò a pregare, ma la mente produsse solo confuse parole che si mischiavano a volti deformati dal fuoco, a grida che non aveva udito ma insopportabili nella mente che le ricreava per lui. Alla fine sguainò la corta e affilata daga, appoggiò la punta al ventre e con entrambe le mani afferrò l’impugnatura.
«Matilde» mormorò senza riuscire a spingere. Non aveva paura di uccidersi, non c’era più nulla che avesse un valore per lui in questo terrore. Avrebbe trafitto il suo corpo ma, egoisticamente, aspettava un segno dalla sua amata. Nei momenti più drammatici, si diceva dandolo per certo, le anime dei cari giungevano in aiuto dei vivi. Dov’era lei? Perché non era lì ad attenderlo?
«Matilde!» la invocò con un grido.
«Arechi . Arechi , no!» la voce lo fece trasalire. Si voltò di scatto. Lei era in piedi nel sottobosco. I vestiti ridotti a stracci, il volto sporco e pallido, sotto la crosta di terra, risaltava ceruleo fra il nero dei capelli arruffati e incrostati dallo sprofondare nella terra, per salvarsi. Un mero spettro.
«Sei… sei venuta per me, dall’Aldilà?»
«Arechi , sono viva. Ferma la tua mano.»
«Dio mio. Sei viva?»
«Sono viva» e corse verso di lui piangendo così forte da sussultare. Lo abbracciò, lui ancora scosso non riuscì a muovere le braccia per imitarne il gesto.
«Sei viva.»
«Siamo vivi.»
Piansero disperati. Un pianto doloroso da far male fino alle ossa ma necessario, per detergere le lacerazioni e far emergere il tessuto cicatriziale. Piansero e le lacrime scivolarono sopra tutto e tutti. I vivi, i morti, i giorni che sarebbero venuti e quelli che avevano perso.
«Vivremo o moriremo. Non importa. Lo faremo insieme, non più un solo istante concessoci sarà l’istante di un singolo.»
«Insieme» rispose lei lasciandosi abbracciare di nuovo.

***


Era stato uno degli ultimi a raggiungere il tempio, ma per primo aveva compreso che si poteva fortificare il muro di cinta, alzare delle barriere nei pressi dell’ingresso, al posto del portale divelto, sfruttando l’arcata in pietra che ancora svettava sprezzante del tempo che era trascorso dai suoi giorni di gloria. Per tenere lontane le bestie selvatiche e per illudersi di poter resistere a un assalto dei mori, se fossero capitati in zona, ma soprattutto per dare uno scopo oltre la mera sopravvivenza allo sparuto gruppo di sopravvissuti. Aveva iniziato a riunirli in assemblee, trattando tutti gli uomini da liberi senza curarsi se fossero stati semi liberi o schiavi prima di finire in cima al ripido colle in cerca di scampo. Aveva vinto le loro diffidenze e li guidava come meglio poteva: Guido, che continuava a dirsi Franco della stirpe dei Franchi per non perdere la memoria della sua famiglia, era divenuto il suo primo guerriero. Come molti altri, anche loro erano fuggiti alle devastazioni dei saraceni che sembravano non trovare alcun argine in grado di contenerli.
Arechi  e Matilde, legati a due uomini che si abbaiavano contro e facevano la voce grossa quando il mondo era ancora normale, guerriero dello Sculdascio l'uno e figlia del ribelle Alperti l'altra, erano la speranza che qualcosa si sarebbe salvato. Qualcosa di nuovo, un segno concesso dall’Onnipotente Dio che la vita sarebbe continuata, attraverso quei giovani e la loro unione.
Uno dei nuovi venuti, un anziano aldio di Monte Sancto e unico scampato del suo castrum, un giorno aveva preso la parola durante una delle assemblee. Era da poco giunta la notizia che anche la potente Ancòn era stata attaccata e incendiata (NdA fatto storico, avvenuto nel 839 d.C.).
«Appare chiaro» disse il vecchio «che non avremo una casa alla quale tornare, se questo inferno avrà mai fine. Questa dunque sarà casa nostra» indicò le rovine «augurandoci di sopravvivere fino alla partenza di quei demoni. Propongo di trovare un nome adatto allora, ché è buona consuetudine che tutte le cose abbiano un nome, così come Iddio ha insegnato creando il mondo e lasciando ad Adamo il compito di chiamare le sue creature.»
Mormorii di assenso si alzarono fra gli astanti, in breve si formarono dei piccoli gruppi con opinioni differenti.
«Non c’è nulla che rappresenti noi tutti, ora, che provenga dalla tradizione e dalla memoria» fece notare qualcuno. «Veniamo tutti da realtà diverse.»
«È buona norma ricordare da dove si viene però, pertanto io propongo di chiamare codesto luogo Cluentensis Nova» disse Guido alzandosi in piedi.
«Io non vengo dal Vicus» disse uno.
«E nemmeno io.»
«Perché allora non Cluentum Novo, visto che io vengo dalla valle del fiume?»
«Mons Salvifici dico io.»
Le voci si accavallarono e non sembrava esserci possibilità di accordo. Chilperico, che ancora non aveva parlato, si alzò e fece cenno di tacere con la mano.
«Vuoi forse darci un nome tu?» domandò il vecchio che aveva iniziato la discussione. «Sei tu che ci guidi, io accetterò la tua decisione.» Altri annuirono, ma non tutti.

«Non possiamo ricorrere alla memoria. Troppo dolore, e troppo diverse fra loro le nostre rimembranze di un tempo che non sarà più. Ci hanno tolto il passato» li guardò tutti, uno a uno. «Ma, grazie al Signore che ha vegliato sulle nostre vite, essi non sono stati in grado di fare altrettanto con il futuro, a quanto pare, se siamo qui a discuterne. Un nuovo percorso perciò attende questa che siamo concordi nel ritenere una nuova comunità. Una Civitas Nova» disse, con solennità. Nel silenzio alcune teste presero ad annuire, seguite da altre, poi si alzarono tutti e batterono le mani. «Civitas Nova» gridarono più volte. Nessuno era in disaccordo, se tutto era finito, non per questo dovevano ritenere terminate le loro esistenze, e quelle dei figli che sarebbero nati nella ritrovata pace. Una nuova esistenza, in una nuova città.