Bayeux tapestry

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venerdì 4 agosto 2017

Straniere genti, straniere lingue.


Come (finalmente!) gli studi attuali stanno dimostrando, viaggiare nel medioevo era un'esigenza ben più diffusa di quello che si era portati a credere in passato. Questo non significa che spostarsi per lunghissime distanze fosse agevole e come abbiamo visto nei giorni precedenti nella pagina facebook di inconvenienti ve n'erano eccome e oggi vi parlo di una di queste problematiche. 

Facendo ricerche per i miei romanzi mi sono imbattuto in uno dei problemi maggiori che un viaggiatore del medioevo era costretto ad affrontare: la lingua.
Noio volevam savoir... Ed è subito storia! 

Ieri come oggi il primo ostacolo nell'affrontare una terra straniera sta nel comprenderne il linguaggio. A partire dalle esigenze più basilari -e fondamentali- quali mangiare, dormire, bere, trovare un bagno, in un luogo del quale ci sfugge l'idioma tutto diventa più complicato. In tempi moderni si è ovviato con l'inglese. Dalla fine dell'ottocento la lingua di Albione è, a tutti gli effetti, divenuta lingua del mondo.

Nel medioevo vi erano tre lingue, per così dire, internazionali: il latino, il greco e l'arabo. Il latino era la lingua ufficiale della Chiesa e dei dotti d'Europa, ma ciò non toglie che parole di uso comune facevano parte delle principali derive dialettali d'Europa. Molti dei riti sacri alla cristianità fanno riferimento alle cose di tutti i giorni. In fondo i preti, nelle orazioni in latino, parlavano spesso di quotidianità: di lavoro della terra, di servi, signori, remissione dei peccati. Di vino e di pane. Chiedere "PANEM" in Brabante o in Puglia avrebbe portato sicuramente allo stesso risultato (una pedata o una pagnotta, a seconda dell'umore altrui). Lo sviluppo etimologico di alcune parole dimostra le origini comuni delle stesse, e dunque la loro omogenea diffusione.
La suddivisione politica corrispondeva, grossomodo, a quella linguistica agli inizi del XI secolo
Parlare greco, viaggiando attraverso la medio-bassa penisola balcanica (soprattutto le coste adriatiche) e le aree costiere del Medio Oriente, permetteva di essere compresi da una più ampia fascia di popolazione di quanta ne permettesse il latino nell'entroterra europeo, per quanto le lingue slave fossero preponderanti. Allo stesso modo l'arabo, a partire dal VII secolo, seguì le conquiste dei fedeli di Maometto; sostituì gran parte delle lingue precedenti in tutte le nuove aree di influenza musulmana e quindi dalla Spagna, alla Sicilia fino alla Terra Santa e oltre un viaggiatore come Ibn Battuta (di cui parlerò più approfonditamente) poteva farsi comprendere senza grandi problemi.

Tutto questo però non tiene conto dello svilupparsi delle centinaia di lingue volgari, a volte differenti in maniera sostanziale anche fra località divise da una collina particolarmente aspra ma fondamentalmente vicinissime. I numerosi dialetti locali ancora oggi caratteristici sono tutti sviluppi dell'impoverimento dialettico dei secoli successivi alla fine della romanità. In questi casi, per un uomo del popolo scarsamente avvezzo perfino alla lingua "ufficiale" della proprio terra, poteva essere complesso spostarsi da un luogo all'altro. A meno che non fosse un bandito, nel senso ampio del termine, un vagabondo (per malattia, delitto o altro) le soluzioni adottate per ovviare al problema del farsi comprendere erano diverse.
"Scusate, qualcuno parla la mia lingua?" 
In primo luogo si cercava sempre di partire in compagnia perché viaggiare soli, nel medioevo, non era né sicuro, né visto di buon occhio. Possiamo immaginare l'organizzarsi in luoghi precisi di veri e propri gruppi di viaggiatori, molto simili a quelli delle famose carovane del far west, guidate da esperte guide pratiche di strade e lingue grazie alla lunga esperienza.

Oppure si poteva approfittare di qualcuno, per esempio mercanti abituali che due, tre volte all'anno si ritrovavano alla fiera locale (del paese o dell'abazia vicina) e farsi insegnare almeno le basi da loro. Non è certo fantasia immaginare che dietro una qualche forma di compenso un mercante bilingue potesse istruire alla meglio chi facesse domanda in previsione di un viaggio.

Per i più abbienti c'era la possibilità di consultare, o portarne una copia con sé, dei veri e propri frasari di lingua straniera. Uno dei più famosi è il Dialoghi in antico tedesco ma non è l'unico e la sua semplicità di utilizzo fa pensare che fossero di utilizzo alquanto comune. In esso sono contenute alcune delle espressioni di più comune utilizzo "Ho fame" "Dove posso alloggiare?" "Portatemi la mia roba, parto." e così via tradotte dal latino al tedesco del X secolo.
Tratto dal Altdeutsche Gesprache.  Guardate che meraviglia!!! 

Inoltre abbiamo notizia documentale di mappe accurate (sempre in relazione allo sviluppo delle scienze geografiche del tempo): più che altro erano sequenze di nomi con distanze non in scala.

Ma c'era un'altra via per farsi comprendere, e per parlarne occorre scomodare niente meno che il famoso TRIVIUM, ossia le tre discipline filosofico/letterarie che permeano la cultura degli anni di Mezzo. Esso era composto da Grammatica, Dialettica e Retorica. E se le prime due avevano delle codifiche ben precise, possiamo dire universali, la Retorica è quella che si prestava a diverse sfumature interpretative. In essa infatti rientra anche il saper parlare in pubblico, il gesticolare e il mimare situazioni ed emozioni. Bernardo di Chiaravalle incantava le folle anche in paesi che non comprendevano le sue parole, grazie alla mimica trascinante, esplicativa. Ancora oggi siamo noi italiani i campioni del farci capire a gesti, e non poche battute all'estero si concentrano sul nostro modo di parlare molto teatrale.

Un esempio eccellente? Cristoforo Colombo annota nel suo diario di bordo, più volte, che fu solo grazie "alla lingua dei segni" che riuscì a farsi capire dagli abitanti del nuovo continente, l'America.

Parlando di mimica dobbiamo tenere presente, inoltre, che nei monasteri per osservare quanto più possibile il silenzio portatore di pace interiore e riflessione, si svilupparono dei linguaggi dei segni che trascesero la funzione iniziale e divennero utili ai laici che ne venivano edotti, per farsi comprendere nei viaggi -soprattutto di pellegrinaggio- ove erano contemplate soste in strutture sacre lungo la via.

Nelle Costituzioni del 1080 a integrazione della Regola di San Benedetto viene descritto il segno per il pane: fare un cerchio unendo pollici e indici delle mani! 

Se ci pensate bene non si nota una grande differenza con il presente. Allora, come oggi, alcuni apprendevano le lingue per pratica, vivendo direttamente in luoghi lontani da casa. Tutti gli altri si adattavano, in un modo o nell'altro, con ingegno e fantasia.