Bayeux tapestry

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mercoledì 20 settembre 2017

Nemico pubblico numero uno. Il lupo nel medioevo.

Se per tutto il medioevo il demonio fu l'avversario dell'anima, il lupo rappresentò il nemico del corpo. Apparentemente nessun altro animale è stato oggetto di così tanto odio nel corso della storia dell'uomo (se escludiamo le zanzare) e tutto ebbe inizio a partire proprio nell'età di Mezzo...


Se ci pensate ancora oggi, nel tentativo di domare i più scalmanati bambini, si possano ascoltare minacce di imminenti assalti da parte di lupi in branco o solitari -il famigerato Lupo Nero-; belve mangiatrici di bimbi capricciosi che durante la mia infanzia, chissà per quale portento, erano solite mettersi in agguato proprio nei luoghi dove gli adulti non volevano che andassi! Mi viene da pensare che ce li mettessero proprio loro, a questo punto. 

Non voglio però addentrarmi in un discorso di infanzie traumatizzate e bambine costrette a portare torte a nonne malate da un capo all'altro di una foresta ma andare a monte della questione. Proviamo a scoprire come e perché il lupo divenne il Cattivo. 


Nel periodo classico i lupi non avevano interpretazioni particolarmente negative. Virgilio ci fornisce un esempio illuminante nell'Eneide (libro XI). L'etrusco Arrunte dopo aver ferito a morte Camilla, la giovane guerriera eroina dei Volsci, spaventato dell'enormità del misfatto fugge come un lupo che "ucciso un pastore o un grande giovenco, diviene conscio del fatto audace". Una piccola metafora che però la dice lunga sulla considerazione che si aveva delle capacità offensive del lupo. Si tratterebbe di un caso eccezionale quello di un lupo che uccide qualcosa di più grande dell'animali da cortile o da gregge. Orazio si vanta addirittura di aver fatto fuggire, da solo e senza armi, un grande lupo incontrato nelle zone più impervie della Sabina. 

L'aggressione all'uomo viene interpretata più spesso come un prodigio, un omen (presagio) dal mondo dell'invisibile. Così in Tito Livio, Cassio Dione e Appiano. Un lupo che aggredisce un uomo è paragonato al fulmine che colpisce un tempio, alla nascita di animali deformi e apparizioni di fantasmi. Perfino Plinio il Vecchio giudica innocui i lupi, anche nelle forme più esotiche come lo sciacallo. Columella, autore del De Re Rustica, una sorta di guida alla vita di campagna per ricconi annoiati della vita di città, afferma che i cani da pastore devono essere vigili ai sotterfugi dei lupi, perché questi predano gli animali più piccoli e più deboli e mai quelli più grandi e ben controllabili. Inoltre alcuni dei erano accompagnati da lupi fedeli, basti pensare ai Lupi Sacri di Marte da cui il facile collegamento con la lupa dei fratelli più famosi del Lazio, Romolo e Remo. Per Sabini ed Etruschi, concludendo questo piccolo excursus nel passato greco-romano d'Europa, era un animale legato all'aldilà e ai riti funebri. 

Il lupo, dunque, per quanto raptor, improbus e rapax, non era un vero pericolo per l'uomo ma più un fastidio o, al contrario, un'entità legata al sovrannaturale. Il quadro completo della figura del lupo nell'antichità romana è chiaramente più complesso ma quello che volevo mostrare era questa sorta di neutralità nei confronti dell'animale silvestre. Neutralità che muta completamente nel corso del medioevo...

A partire dal VI secolo le cose cambiano. Nelle cronache la presenza di lupi diviene indice di decadenza e in effetti l'inizio dell'epoca medievale è caratterizzata da una contrazione demografica a tratti drammatica, con intere regioni decimate (solo per citarne una, nel Piceno alla fine della guerra gotico- bizantina scomparirono circa la metà delle municipalità di origine romana). La natura si riprese gli spazi strappati dal lavoro dei contadini dell'epoca di Roma, facilitata in alcune zone dallo strapotere dei latifondisti i quali impoverirono la popolazione per lasciare poi, con l'inizio della crisi del mondo latino, intere regioni abbandonate a sé stesse. Le foreste si allargarono, la selva inglobò strade, edifici, pascoli. Il moltiplicarsi delle specie di animali non addomesticati fu inevitabile, naturale direi se mi passate il termine. Fra questi ovviamente i lupi, forti del vantaggio della cooperazione in branco sia per procurarsi il cibo che per allevare la prole, i cui livelli di mortalità sono inferiori a quelli di altre specie di predatori solitari. 

Il primo fattore che incise sulla trasformazione in negativo del lupo fu sicuramente la sua crescita esponenziale in numero.

Non esiste un modo per conteggiare numericamente questo grande nemico dell'uomo medievale ma si possono fare delle stime, con tutte le problematiche del caso, basandoci sui resoconti dei cronisti -come abbiamo visto molto spesso esagerati- oppure sui dati relativi alle ricompense per gli animali uccisi, questi necessariamente più precisi. 

Lo storico Robert Delort, nel suo studio sul commercio delle pelli del 1978, rivela dettagli documentali sui numeri degli animali uccisi. Circoscrivendo alla zona di Parigi la ricerca del Delort vengono fuori dati impressionanti: 995 cuccioli uccisi nel 1298, 1465 l'anno successivo, 1439 nel 1301 e così via fino alla fine del trecento, con numeri quasi sempre sopra il migliaio. 

Forse il nobile cacciatore Gaston Phoebus può aiutarci a comprendere quanto fosse diffuso il lupo. Liquida così, infatti, nella sua accuratissima guida all'arte venatoria e agli animali selvatici, il lupo. 


Il lupo è una bestia piuttosto comune, e così non conviene nemmeno che ne descrive l'aspetto, dacché sono davvero pochi quelli che non l'hanno veduto
Gaston Phèbus, conte di Foix, Livre de chasse, 1390 circa

Trattandosi di un manuale che risultò fra i più applauditi del suo tempo, possiamo dedurne l'accuratezza e la precisione. A questo punto, se Gaston pensò bene di saltare la parte dedicata al lupo, non resta che constatare che davvero doveva trattarsi di un animale comune quanto quelli allevati. E un animale predatorio così diffuso da essere da chiunque riconoscibile non poteva che costituire un grave, gravissimo, problema.   

Se il numero è un dato oggettivo, la paura che ne conseguì è più difficile da circoscrivere. Perché è appurato che non vi fu alcun mutamento di razza, che non furono più aggressivi i lupi medievali rispetto a quelli dell'antichità per una forma di rabbia o per variazioni di razza all'interno della specie. Fu il numero immane di creature a determinarne l'aumento dell'aggressività. I branchi lottavano fra di loro per gli stessi spazi per cui gli uomini, secoli prima, avevano a loro volta combattuto, contro la natura ma anche contro i propri simili, mi riferisco alle riforme agrarie e alle problematiche relative, per esempio, alla sistemazione dei veterani di guerra. 
Non sempre andare in pensione voleva dire chiudere in pace la propria esistenza... 

Ricordo le parole di un veterano della seconda guerra in Iraq il quale, durante la battaglia per la diga di Hadithah raccontò di come i cani della spopolata città si fossero ben presto riuniti in branchi e avessero iniziato a mangiare i cadaveri sparsi per le strade della cittadina. Provate a immaginare un mondo dominato dalle forze della natura e popolato da predatori capaci di operare in branchi compatti e numerosi, perennemente affamati e in lotta per la sopravvivenza. 

Ecco dunque che nella Francia meridionale, a voler credere alle parole di Prudenzio vescovo di Troyes negli Annales di Saint Bertin, che lupi divoratori di uomini minacciavano il contado con incursioni quotidiane. "Multi mortalium a lupi devorantur" ci avvisano gli Annales di Hildesheim nel 1119. Ancora, Salimbene de Adam nella celeberrima Cronica ricorda che a seguito della guerra fra l'imperatore Federico II e i comuni dell'area emiliana si moltiplicarono all'inverosimile i lupi rapaces al punto che interi branchi si erano stanziati a ridosso delle città e di notte penetravano attraverso i varchi delle mura divelte e divoravano chiunque avessero trovato all'aperto. E sempre Salimbene riporta di assalti anche all'interno delle abitazione nell'area del Reggiano, con diversi bambini sbranati nelle culle. 

Ci informa un anonimo cronista, presumibilmente un monaco dell'abbazia benedettina di San Pietro a Erfurt, che in Franconia in un solo anno morirono più di trenta persone per attacchi di lupi. La nota I degli Statuti del Comune di Vicenza riporta l'obbligo rionale di costruire -e mantenere- dei muri per difendere l'abitato non dai briganti o dai nemici ma dai lupi. 

Gocce d'acqua in un oceano di testimonianze. Davvero, non basterebbe un anno per completare l'elenco delle cronache che ho trovato, impensabile censirle tutte. Spero che il quadro sia chiaro e che sia evidente l'emergenza lupi nel corso del medioevo, perché il passaggio successivo fu facilitato proprio dalla costante presenza del canide nella vita degli uomini di tutti i giorni: il lupo divenne demoniaco. 

Era quasi impossibile che questo non avvenisse, perché il medioevo visse di simbologia. Nelle università, ci fa sapere lo storico degli atenei C. H. Haskins, erano detti Lupi i delatori sempre presenti in ambiente accademico. Il canto della battaglia di Maldon, un poema epico del X secolo opera anonima, ricorda i "martiri" guerrieri dell'Essex guidati dal conte Byrhtnoth, caduti combattendo contro i "lupi assassini" con riferimento ai guerrieri danesi giunti in Inghilterra nel 991.
Se gli avversari sono lupi come poteva non avvenire il parallelo con l'avversario per eccellenza della cristianità, il diavolo?

Umberto di Selvacandida scrisse un trattato sulla simonia e l'eresia, nel XI secolo, e pensate un po', qual è l'animale più accostato ai nemici della Chiesa: il lupo. Il lupus diabolus lo si trova negli atti di Carlo Magno, in quelli di Enrico III e così via, sempre in riferimento agli avversari politici. E come dimenticare la Lupa per eccellenza, quella che accoglie Dante all'inizio della Commedia? Essa rappresenta l'avarizia, il peccato che nel '300 ha scalzato come importanza la superbia, il peccato dell'età feudale. Non è un caso che sia proprio il lupo a farsene carico. 

In conclusione il processo spontaneo e sistematico di depauperamento delle campagne e la riduzione della popolazione attiva, capace di opporsi al rinnovarsi della natura, portò i branchi a crescere in numero e potenzialità al punto che per scoprirlo Nemico non fu necessario nessun procedimento mentale complesso come avvenne per l'orso. Il destino del lupo era già segnato. 

Il lupo è il mio animale totem, una creatura che ho sempre amato, per il fascino del branco che vince la solitudine e coopera, per lo sguardo fiero e altero o forse proprio a causa del suo tragico destino.