Bayeux tapestry

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giovedì 12 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 3. Paura e delirio a Costantinopoli


L'imperatore dei romani (d'oriente, ma solo per capirci perché lui non avrebbe mai aggiunto la specifica territoriale) Alessio si ricordava fin troppo bene cosa potevano combinare i pellegrini cristiani giunti dall'Europa per "aiutarlo". Cerca quindi, sin da subito, di ingraziarsi i loro comandanti e invia Raimondo di Saint Gilles da loro. 

Raimondo è uno dei capi storici della prima crociata. L'unico che ha preso in seria considerazione l'atto di sottomissione che Alessio aveva imposto a tutti i capi della spedizione che conquistò Gerusalemme. Di lui l'imperatore si fida e in un primo momento anche i conti di Briandate e l'arcivescovo Anselmo sembrano soddisfatti di questo incontro e accettano volentieri una mano da Raimondo il quale si pone, in maniera ufficiosa, a capo della spedizione. 

Per il momento Rinaldo e le altre migliaia di compaesani attendono acquartierati alla meglio nei dintorni della città. Possono entrare a piccoli gruppi e rifornirsi ai numerosi mercati che ogni giorno presentano una moltitudine di cibi e bevande. 

Rinaldo lascia la compagnia dei suoi servitori e si presenta alle porte con altri cavalieri di nobile lignaggio. Sono alti, forti e giovani, l'effetto sulla popolazione dev'essere di pura ammirazione (o almeno così loro vedono gli sguardi, io credo più che altro preoccupati, che non li lasciano un istante). Parlano a gesti, sono poche le parole che hanno appreso della lingua locale, finché non incontrano alcuni Lombardi al servizio stabile dell'Imperatore. La gioia per l'incontro porta la comitiva in una taverna e fra spacconate e vini deliziosi il gruppo finisce per divenire così numeroso da somigliare a un piccolo esercito. Fra le tante chiacchiere viene fuori la notizia che le colonne francesi e tedesche -al comando rispettivamente del crociato pavido Stefano di Blois (in cerca di riscatto) e di Corrado conestabile dell'Imperatore dei germani- sono davvero prossime a raggiungere la città. Con il loro numero l'armata dei cristiani diverrà così numerosa che i Turchi maledetti si getteranno in mare piuttosto che cercare di fronteggiarli. 

L'entusiasmo dilaga, la notizia si diffonde per gli accampamenti. E mentre Alessio, convinto che grazie alla leadership di Raimondo si sarebbe potuto sbarazzare subito della tumultuosa folla di milanesi & co. ecco che vengono piantate delle grane per non lasciare subito l'accampamento. Tutti vogliono aspettare l'arrivo dei rinforzi e a nulla valgono le parole di esortazione, né le velate minacce, dei capi. Rinaldo è fra i più scalmanati, appende a un paletto il suo scudo e afferma che non partirà finché non sarà adunata l'intera forza dei cristiani. Lo imitano in molti e la situazione si fa subito tesa.
"Io dico: entriamo dentro e ci prendiamo cibo, donne e tutto il cucuzzaro!" "Ultreja!" 

"Perché l'imperatore ci vuole mandare subito via? Non sarà che forse tutto quel che si racconta sui suoi subdoli trucchetti è vero?" gridano Rinaldo e gli altri che hanno avuto modo di sentire i racconti di chi partecipò all'Iter al seguito di Goffredo, Boemondo e compagnia -eroica- bella. All'epoca si andava diffondendo la voce che i "greci" non avevano rispettato i patti, non avevano fornito supporto e rifornimenti e addirittura si erano presi Nicea grazie a uno sporco trucco dopo che i crociati avevano subito varie perdite assaltandone le mura. Alessio li aveva usati come mercenari non pagati! 

Insomma, bastarono pochi giorni per ritornare pronti a menare le mani. Alessio divenne nervoso, c'era un esercito sul quale non aveva controllo proprio fuori dalle mura della città. Quando le autorità imperiali bloccano gli accessi alla città e impediscono ai sudditi di commerciare con i "Celti" (come li chiama Anna Comnena) scoppia il caos. Rinaldo e i suoi compagni si gettano contro le mura del Palazzo Balcherne, vicinissimo al loro accampamento e le superano d'impeto. Il palazzo era stato costruito a ridosso delle mura teodosiane per rinforzale in quel tratto e per essere più sicuro in caso di sommovimenti interni alle mura -le rivolte non erano una novità per Costantinopoli-. In questo caso però, data l'impreparazione della milizia bizantina, la vicinanza delle Blacherne lo rese l'obiettivo più vicino e succoso per la marmaglia in armi. I Lombardi saccheggiano la residenza imperiale senza alcun ritegno e uccisero i leoni domestici di Alessio, arrivando anche ad arrostirli per desinare. Un putiferio, praticamente. 

I capi della crociata erano con Alessio quando giunse la notizia di quanto stava avvenendo e devono aver visto le asce dei varangiani risuonare sotto la cote delle barbute guardie dell'imperatore, pronte a fare una strage, perché corsero a fermare i tumulti senza indugio. Il danno però, per quanto più d'onore che monetario, era stato fatto e solo l'abile diplomazia incrociata riuscì a ricucire lo strappo: infine le parole di Raimondo vennero ascoltate e la folla accettò di trasferirsi in Asia, nei pressi di Nicomedia. Soluzione che somiglia molto a una medievale sindrome Nimby

Entro Maggio 1101 i contingenti franchi e germanici raggiunsero l'allegra brigata lombarda. I tempi erano maturi. Raimondo fu acclamato, dai lombardi in maniera un po' freddina, guida e capo della spedizione. Il conte di Tolosa accettò ma doveva aver capito che i numeri, fondamentali per le decisioni, li avevano i conti di Briandate e Alselmo da Bovisio. Egli infatti viaggiò sempre un poco discosto, in mezzo al piccolo contingente bizantino (soprattutto peceneghi) al comando di tale Tsitas.

Mentre Rinaldo si domanda quale sarà la prossima mèta arriva una notizia che sconvolgerà l'intera spedizione... 





>>>La crociata degli italiani. Parte 1.