Bayeux tapestry

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mercoledì 18 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 4. All'inferno senza ritorno.


Inizierò l'ultima parte di questo approfondimento ripetendo un concetto già detto: per quanto ci si sforzi di confrontare le fonti non è assolutamente chiaro cosa volessero i capi dei Lombardi dalla loro spedizione. Non conosciamo il loro obiettivo, né gli scopi precisi. Sembra che rinforzare le guarnigioni decimate reduci della Prima Crociata sia una delle plausibili ragioni del movimento ma è più facilmente attribuibile alle colonne di Stefano di Blois e del Conestabile Corrado piuttosto che alle volontà dei nostri diretti antenati.

Inoltre Raimondo di Tolosa, posto alla guida dell'armata riunita più per prestigio e per i suoi legami diretti con l'imperatore Alessio, non aveva per l'immediato un piano strategico conforme alla volontà degli esaltati pellegrini in armi (per lo più una foltissima marmaglia indisciplinata) e pertanto aveva accettato di buon grado il "consiglio" di Alessio di utilizzare la forza per ristabilire i collegamenti con la Siria, riaprendo alcune vie in Anatolia e lasciando guarnigioni nelle fortezze che fossero riusciti a liberare dai Turchi. Insomma, l'assalto alla fantomatica Babilonia-Baghdad sembra essere il vero motore trainante della massa di pellegrini armati alla meno peggio e dei loro capi pieni di orgoglio. 



Perché inizio ripetendomi? Perché ritengo importante tenere a mente questa vacuità di intenti per cercare di comprendere gli eventi che seguiranno la partenza dell'esercito. Gli umori delle parti, infatti, giocheranno un ruolo decisivo.

Bene, torniamo all'accampamento dei Lombardi nei pressi di Nicomedia. Una voce era giunta da poco, e per come si svolsero i fatti penso si possa escludere che essa si fosse diffusa quando erano accampati a Costantinopoli: Boemondo il Principe di Taranto e valoroso fra i valorosi è caduto prigioniero dei Danishmend – una dinastia turcomanna – catturato dall'emiro Ghazi Gümüshtegin nel corso della battaglia di Melitene (agosto 1100). Se prima di attraversare il Bosforo i Lombardi non avevano mostrato alcuna fretta di partire ora invece una forsennata ansia di correre a liberare Boemondo e con lui distruggere Babilonia dalla fondamenta sembra assalire tutti quanti. Non è da meno Rinaldo, il quale ha acquistato sempre più influenza fra i suoi pari e ora grida, imitato dalla sua folta schiera "Ultreja Bohemundi!".

Raimondo e Stefano di Blois provano a ricordare che è a Gerusalemme che occorrono rinforzi, ma vengono accusati di gelosia nei confronti di Boemondo e poi, pensa Rinaldo al pari degli altri, a Gerusalemme i giochi son fatti: Baghdad, semmai, dovrà essere l'obiettivo finale e solo Boemondo potrà condurre tutti alla vittoria! L'esercito si muove dunque verso oriente, invece che a meridione, per seguire la linea costiera anatolica lungo il percorso della Prima Crociata. Entrano nel territorio selgiuchide di Kilij Arslan e conquistano di getto Ankara. La città viene consegnata alle autorità imperiali, segno questo che i crociati – la loro maggioranza, almeno – era ancora disposta a dare ascolto ai suoi capi (Raimondo serviva l'imperatore Alessio prima che la "missione") e credo che sia da ascrivere al fatto che stessero compiendo il tragitto desiderato e pertanto non vi era alcun desiderio di discutere sui dettagli "minori" come il possesso di città i cui nomi a stento potevano pronunciare.



In questo momento storico
 avviene una trasformazione nel frastagliato mondo turco-musulmano d'Anatolia che cambierà per sempre l'assetto della regione; ancora troppo sottovalutata dai testi scolastici –per così dire–. I capi dei diversi ceppi tribali comprendono che la marea "europea" può essere contrastata solo concentrando le proprie risorse, seppellendo dissidi e divergenze e colpendo proprio come faceva la cavalleria degli infedeli: come un possente martello! Kilij Arslan chiede quindi immediatamente aiuto a Ridwan di Aleppo e viene contestualmente contattato da Ghazi, l'emiro danishmend il cui territorio era ora sotto l'attacco degli invasati cristiani decisi a strappargli dalle mani Boemondo e per nulla leggeri con la popolazione locale, massacrata e derubata di ogni avere. L'unione dei tre trova subito un punto nel quale arrestare l'armata crociata: Gangra. La fortezza resiste all'assalto e per i crociati la situazione si fa subito complicata. Privati di una base logistica si ritrovano dispersi, incolonnati, in un territorio che già non si era ripreso dalla Prima Crociata, figurarsi ora che l'avevano spogliato di tutto, convinti di abbandonarlo presto. 


Anche i più esagitati – Rinaldo stesso così caparbio nelle sue certezze – devono accettare il fatto che non c'è alcuna speranza di proseguire con la tabella di marcia. Raimondo prova a recuperare la situazione suggerendo di muoversi verso nord, raggiungere il Mar Nero e una delle floride città commerciali fedeli all'Impero d'Oriente per riorganizzarsi. Inizialmente sono tutti concordi e la marcia prosegue ordinata per quanto possibile, ma come i turchi iniziano a tormentare i distaccamenti dei foraggiatori, a colpire ora la retroguardia ora l'avanguardia senza mai giungere a uno scontro aperto, la situazione precipita di nuovo.

"Dove ci sta conducendo Raimondo?" grida rabbioso Rinaldo. "Vuol forse farci ammazzare uno a uno, fino all'ultimo, senza avere compiuto la nostra santissima missione?" e così via. Di nuovo i Lombardi insorgono. Sono troppi, troppo arrabbiati e troppo convinti nella loro testardaggine per poter essere persuasi con le buone. Quando obbligano il cambio di marcia e decidono di puntare di nuovo verso il territorio danishmend, i principi delle altre nazioni non possono che accodarsi. L'esercito, ora ridotto a una massa compatta, tormentato dalle continue incursioni turche, attraversa il fiume Halys e penetra nel cuore del territorio danishmend.



Le armate turche riunite decidono che è giunto il momento di attaccare. Utilizzano la tattica favorita, quella del logorante caracollo di arcieri a cavallo, evitando ogni volta che possono il contatto fisico con gli europei. Nei pressi di Maresh, molto probabilmente l'attuale Merzifon, Rinaldo e i suoi compiono più volte delle cariche che finiscono per sfiancare i cavalli senza ottenere alcun risultato. Sono accerchiati ma il nemico è fluido, compatto quando attacca, sfuggente quando si ritira. Sono troppo pochi, poi, i combattenti esperti: il Conestabile Corrado ha perduto un terzo dei suoi combattenti in un'imboscata; Stefano di Blois, motivato a mostrare che non è il codardo che taluni mormorano, percorre tutte le colonne e incita e rinsalda gli animi ma ha dalla sua una manciata di cavaliere e nulla più. Il contingente bizantino si ritira, quello che attende l'armata è un massacro inevitabile perciò Tzitas decide di salvare il suo piccolo contingente e saluta tutti quanti con un probabile "gesto dell'ombrello". Raimondo, rimasto solo, si asserraglia su una collina; sa che la fuga è l'unica via di scampo e attende il momento buono.

In breve l'esercito si sfalda. Alcuni storici attribuiscono la rotta ai Lombardi. Di sicuro ebbero un ruolo notevole nel cacciarsi in quella trappola ma bisogna dire che i capi crociati non persero molto tempo a darsela a gambe, tutti. Stefano resiste ed è l'ultimo a lasciare il campo, quando viene a conoscenza della fuga di Raimondo nella notte. Chi ha un cavallo si salva, perché i turchi non hanno un piano tattico per il combattimento serrato. Nelle numerose pieghe del loro schieramento riescono a filtrare i principi e le loro scorte personali. La fanteria e gli inermi rimangono dove sono, per loro non vi è alcuna speranza. Anselmo da Bovisio perisce quel giorno, in mezzo ai suoi fedeli più poveri. Sarebbe una forzatura attribuire una precisa volontà di martirio alla sua fine, perché nessuna fonte ci conferma come avvenne la sua dipartita, sta di fatto che quattro quinti dell'intera armata finiscono massacrati o prigionieri nei pressi del campo. Rinaldo è al fianco di Guido di Briandate quando questi ordina la ritirata. Lascia tutti i suoi averi nell'accampamento e consegna al destino i due servitori armati che l'hanno seguito. Fuggono fra i monti e raggiungono la salvezza dopo giorni passati nascosti e spostamenti notturni.



Di Rinaldo parleremo ancora in seguito, perché l'essere sopravvissuto al disastro farà di lui un eroe in patria. Concludo con alcune considerazioni sulle conseguenze dirette della sconfitta. Gli emiri turchi passarono all'offensiva e in breve le strade già incerte dell'Anatolia divennero luoghi impraticabili per pellegrini e rinforzi crociati che non fossero eserciti. Questo portò enormi vantaggi alle città marinare italiane, le quali divennero di colpo di assoluta importanza per mantenere i contatti con i Regni d'Oltremare.

A livello politico i fatti incrinarono i tentativi diplomatici di Costantinopoli per mantenere l'equilibrio nella regione. L'unione fra le stirpi turche funzionò e la politica del dividi e controlla di Alessio subì una forte battuta d'arresto. In occidente inoltre la reputazione dei "greci" calò ai minimi storici dal 1054 (anno del Grande Scisma), e quando Boemondo venne infine liberato, nel 1103, e ritornò in Europa, attuò una politica anti-bizantina che suscitò emozioni pari quasi a quelle di una crociata. Nel 1107 attaccherà proprio l'Impero d'Oriente con l'armata appena radunata. Fatti, questi ultimi, che racconto nel ciclo letterario Il giglio e Il grifone, come avete letto (o potrete leggere) in Forgiati dalla spada e Temprati dal destino, i primi due volumi della saga.