Bayeux tapestry

Bayeux tapestry

sabato 30 dicembre 2017

Pillole di esercito bizantino. L'ascesa dei Comneni.



I Chomatenoi - Χωματηνοί, i guerrieri della fortezza di Choma.
Questi guerrieri formavano la guarnigione di una fortezza isolata, in Frigia, circondata dai turchi ma troppo robusta per essere conquistata con un assalto diretto. La piazzaforte si chiamava Choma, da cui il nome dell'unità "gli uomini di Choma". Soldati fedeli tanto che Niceforo III li volle con sé entrando in Costantinopoli e ne affidò un battaglione a Alessio per lo scontro contro Briennio a Kalavryai.

Si trattava di un corpo di cavalleria che non rientra nella categoria dei catafratti (che vedremo più in là) ma nemmeno possono essere inquadrati nelle formazioni di cavalleria leggera e media, specializzate nelle ricognizioni e nel tiro con l'arco dalla sella. Si trattava dunque di una formazione utile per il contrasto diretto, per ingaggiare battaglia con assalti e caotiche. Non abbiamo informazioni dirette sul loro equipaggiamento ma possiamo dedurne i dettagli dall'impiego che le cronache ci raccontano di essi. Armati di lance e spade, ma anche di mazze nel puro stile bizantino, erano protetti da armature di anelli di ferro e da corazze a scaglie metalliche rinforzate, nei punti più esposti nella mischia, da schinieri e bracciali.



Gli Athanatoi - Ἀθάνατοι. Gli Immortali.

Il reggimento era stato costituito nel X secolo da Giovanni I Tzimisce e le cronache lo ricordano come costituito da cavalieri e cavalli completamente ricoperti di armatura, dei catafratti in pratica. L'unità scompare nel nulla dopo le guerre di Giovanni contro i Rus.

Niceforo III ricostituì gli Immortali quando era un giovane generale al servizio di Michele VII Ducas. Spodestato l'imperatore mantenne operativa la formazione e la "prestò" a Alessio per combattere contro l'altro Niceforo, Briennio, che incalzava dalla Tracia l'appena insediato basileus.

Dai resoconti della battaglia di Kalavryai, dal modo in cui vennero impiegati, più che dalle evanescenti parole di Anna Comnena e Niceforo Briennio il Giovane (figlio del generale avversario di Alessio durante lo scontro campale) si deduce che l'equipaggiamento difensivo sia mutato in una forma più leggera, pur dovendo annoverare gli Immortali nella categoria -molto elastica- di cavalleria pesante. Il giovane Briennio nella sua cronaca della battaglia afferma che in tutto nella capitale vi erano 10.000 Immortali, anche se Alessio ne impiegò molti meno. Questo numero, così come il nome stesso, deriva dalla famosa unità persiana degli Immortali e non può essere considerato preciso.

Per cercare di immaginarli possiamo prendere a modello, per farci un'idea che -ovviamente- solo tale può rimanere, la splendida tavola di Angus McBride qui sotto. Nel volume in cui fu pubblicata le note indicavano come catafratti i guerrieri ritratti; l'assenza di protezione per il cavallo e la tipologia delle armature mi fa però dubitare della definizione. 


I più attenti avranno notato l'assenza di speroni. Non si tratta di un errore grafico ma di un'attenta conoscenza dell'autore del soggetto trattato. Pare infatti che l'uso degli speroni fra le unità di cavalleria bizantine autoctone sia stato molto tardo, successivo alla caduta di Costantinopoli nel 1204.


I Peceneghi.

I Peceneghi (anche Patzinachi), che i bizantini chiamavano con un generico Sciti, furono un popolo di stirpe mongola (tatara, per la precisione); nazione nomade di arcieri e allevatori. Per un paio di secoli ebbero una frequentazione assai travagliata con l'impero d'Oriente. A volte alleati, molto spesso nemici, venivano sovente ingaggiati come mercenari. Niceforo Briennio il Vecchio, in qualità di governatore del Théma di Bulgaria aveva contrastato pochi anni prima dell'insurrezione una loro incursione, con il doppio risultato di aver stretto dei rapporti con i loro capi. Quando anni dopo aprì le ostilità per il trono imperiale un nutrito contingente di Sciti lo seguì in battaglia.

Successivamente furono sconfitti duramente il 29 aprile 1091 dall'imperatore bizantino Alessio I Comneno nella battaglia di Levounium e poco dopo attaccati dai Cumani, popolazione di stirpe simile ma con differenze culturali tali che i due ceppi etnici non si considerarono mai un unico popolo. I sopravvissuti al massacro di Levounium furono inglobati nelle forze a disposizione diretta dell'imperatore (quasi una polizia militare ante litteram), accasermati nei pressi di Costantinopoli e scortarono, guardandoli a vista e limitandone le malefatte, i vari contingenti crociati che pochi anni dopo attraversarono l'impero verso Gerusalemme. Alberto d'Assia, per citare uno dei cronisti che li incontrò, li chiama "Pincenariis" nella sua HISTORIA HIEROSOLYMITANAE EXPEDITIONIS.

Nel 1122 Giovanni II Comneno, figlio di Alessio, inflisse la sconfitta definitiva alle ultime tribù libere del popolo Pecenego, nella battaglia di Beroia. Da quel momento, in campo a una ventina di anni, la stirpe si estinse del tutto.




I Maniakatoi


Si trattava di soldati arruolati nel Mezzogiorno d'Italia. Soldati di stirpe mista, di antica discendenza longobarda in prevalenza, ma, almeno per i bizantini, ben differenti dai Franchi e dai Normanni. Essi derivano il loro nome dal generale greco Giorgio Maniace, vissuto nella prima metà del XI secolo. Questi combatté a lungo in Italia meridionale e non potendo fare affidamento solo sulle truppe inviate dai confini dell'Impero, si organizzò da sé: istituì un sistema di arruolamento, stabilì una rete di contatti diretta fra italici avvezzi alla guerra e Costantinopoli che durò oltre la sua morte. I combattenti che si erano raggruppati con questo sistema furono dunque definiti i "soldati di Maniace" da cui Maniakatoi. Erano veterani avvezzi alla guerra, addestrati e induriti dagli anni di lotte.



Hetaireia - "Il gruppo di compagni"

Questo unità della guardia comparve per la prima volta nel IX secolo. Vi sono teorie contrastanti riguardo la sua formazione. C'è chi pensa si trattasse di un'evoluzione dei corpi di cavalleria dei Foederati tardo-antichi e chi, come John Haldon con il quale concordo, ritiene sia da cercare nei torbidi dei secoli IX e X la necessità di avere una guardia di palazzo composta da truppe straniere, mescolate fra loro in maniera eterogenea (in qualche modo preparando il terreno alla celeberrima Guardia Variaga un secolo più tardi).

Niceforo Briennio, autoproclamatosi imperatore nel 1078 d.C., formò immediatamente un corpo misto di Hetairoi, con truppe trace, normanne e bulgare. Sappiamo che alla battaglia di Kalavryai i "compagni" combatterono nell'ala destra, al comando del fratello Giovanni. Anna Comnena parla di "reparto non indifferente", lasciando presupporre in base ai numeri che fornisce per gli altri contingenti, che fossero non meno di 1.000

L'unità era divisa in tre categorie: piccola, media e grande. Era l'equipaggiamento e il prestigio che differenziava gli Hetairoi. Nel periodo dei Comneni fu impiegata con continuità ma cambiò, a quanto raccontano le cronache, diminuendo di numero e composizione: non più stranieri ma giovani rampolli della nobiltà.

Il nome derivava senza alcun dubbio dalla famosa cavalleria di Alessandro Magno.

Tattica. 
Arcieri a cavallo e cavalleria da urto.
Un mix imprescindibile dell'esercito romano d'oriente.

Due ricostruzioni approssimative di tattiche realmente impiegate in battaglia, tratte dal Praecepta Militaria di Niceforo Foca, generale e imperatore bizantino nella seconda metà de X secolo.

La prima immagine mostra una sequenza d'attacco canonica, con le forze armate di arco che prendono la via più lunga per poter colpire il nemico più d'una volta e da più angoli di tiro. Una simile tattica aveva lo scopo di scompaginare le fila nemiche prima di un attacco o di provocare l'avversario e farlo impattare contro il grosso del proprio esercito schierato all'uopo.


Nella seconda grafica abbiamo invece un tiro di accompagnamento. Gli arcieri seguono la colonna di cavalleria pesante e disturbano il nemico con il doppio scopo di impedire manovre evasive all'urto che sta per arrivare e di scompaginarne i ranghi per raddoppiare l'efficacia della carica.