Bayeux tapestry

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giovedì 8 febbraio 2018

La setta degli Assassini. I Nizariti.



Ogni religione produce, nel corso della sua evoluzione, rami che si distanziano dal corpus originario e crescono divergenti dall’armonia della forma centrale. Anche l’Islam ha i suoi eretici, le sue sette e le sue deviazioni, per quanto possa sembrarci un culto unitario, granitico.


Una delle sue devianze furono i Nizariti, attivi dalla metà dell’undicesimo secolo. Essi erano una radicalizzazione della setta degli Ismailiti, i quali a loro volta derivavano dagli Sciiti Islamiti. I Nizariti, un po’ come i Càtari per l’Europa cristiana, produssero scandalo e sconcerto all’interno dell’ortodossia religiosa, entrando in contrasto con la corrente Sunnita. Uno dei loro dogmi era la certezza che fosse giunto il termine del Tempo e della Legge, in quanto possibile per l’adepto che avesse agito in accordo con la forza della spiritualità interiore, lo zahir, mantenersi retto nella dottrina senza più l’obbligo della shari’ah, la legge di Dio. Essi quindi conducevano uno stile di vita in contrasto con le norme base della religione musulmana: mangiavano carne di maiale, bevevano vino e non rispettavano il Ramadan. Potete immaginare che genere di scandalo dovettero scatenare, e quanto imbarazzo per i più moderati Ismailiti dai cui ranghi essi si erano staccati. Iniziò un periodo, tra il 1060 e il 1080, di persecuzioni feroci da parte dei custodi della tradizione islamica.


Versare il sangue di un eretico (nizarita) è più meritevole che uccidere settanta infedeli greci, ci ricorda il cronista arabo Usamah Ibn-Munqidh.

Hasan i-Sabah, a capo del movimento negli ultimi venti anni dell’undicesimo secolo, organizzò i suoi seguaci istruendoli militarmente e guidandoli in una campagna di conquista, con sotterfugi, conversioni e soprattutto assassinii mirati. Fu così che egli procurò ai Nizariti un centro di potere, Alamut, e varie fortezze comprensive di villaggi montani nei quali insediarsi. Il nucleo di questo regno era nel cuore delle montagne della Persia settentrionale, ma esso non era sufficiente alla smisurata ambizione di questa pericolosa setta. La predicazione e il proselitismo sono due caratteristiche intrinseche di ogni religione ufficiale e di tutte le sue devianze. I-Sabah non venne meno a questi precetti fondanti. Inviò missionari e predicatori nelle terre circostanti, allargò la rete di contatti e promosse una politica che lasciava moltissima libertà alle cellule sparse per il Medio Oriente. Il loro culto si diffuse anche in Siria, all’epoca principale regione a contatto con i nuovi principati cristiani d’Oltremare. Il più famoso discepolo di i-Sabah passò alla Storia come il Vecchio della Montagna, il suo nome era Rashid al-Din Sinan. Tutte le fonti su di lui concordano nel descriverlo come un uomo imponente nel fisico e nella mente, colto, poliglotta e fine stratega. Capace di mirabili sotterfugi, in grado di confondere le menti dei nemici e di motivare quelle dei suoi discepoli fino al fanatismo puro.


Per quasi due secoli, a partire dalla politica aggressiva e senza apparenti limiti di i-Sabah, ogni omicidio commesso nell’area che non avesse altra motivazione evidente veniva attribuito ai Nizariti. Essi solevano chiamarsi feddayn, aborrendo il legame dispregiativo attribuitogli dai cronisti di origine araba con la sostanza stupefacente omonima. L’utilizzo della droga, l’hashish dal quale essi derivano il nome con cui sono divenuti immortali nei secoli, non sembra trovare in realtà alcuna riprova storica. Essi venivano associati all’hashish, chiamati hashashin, perché tale sostantivo era utilizzato nel mondo arabo per descrivere sia la sostanza che situazioni legate al non rispetto della legge Coranica, al libertinismo e alla decadenza morale. In pratica, mossi dal più assoluto disprezzo per le loro devianze, i musulmani ortodossi definivano “fattoni debosciati” i membri della setta.

La parola assassino colpì molto i cronisti europei, esso attecchì meglio e con più efficacia di feddayn (che sarebbe divenuto celebre nel mondo occidentale solo in tempi recenti, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan prima e la guerra al terrorismo degli Stati Uniti poi). Uno dei primi a utilizzare la parola heyssesini è Arnoldo di Lubecca, sul finire del dodicesimo secolo. Verso il crepuscolo del medioevo è ormai uso comune chiamare assassino un omicida volontario. Praticamente si passò da un utilizzo della parola hashish come termine di paragone per la degenerazione nizarita a identificare la setta con la sostanza e il suo uso. Da qui il secolare errore storico di ritenere i feddayn dei drogati che uccidevano per ricevere, in premio, l’agognata sostanza.

Un’altra leggenda vuole che i giovinetti scelti per l’addestramento speciale venissero portati, a un certo punto della loro formazione, in un giardino pieno di delizie e lussuriose donne a loro completa disposizione. Questa sorta di Paradiso in terra serviva a mostrare loro una piccola porzione di ciò che avrebbero ricevuto nell’Aldilà servendo la causa. Anche questo particolare della loro vita segreta sembra essere una fantasia di autori dell’epoca e successivi; non abbiamo nulla a riprova di queste credenze.



Il diffondersi di leggende su di loro invece è comprensibile: i Nizariti riuscivano a infiltrarsi entro le cerchie più strette di collaboratori dei loro bersagli, soprattutto gli odiati sunniti, ma non mancarono certo vittime eccellenti fra i cristiani, come Raimondo II di Tripoli e Corrado del Monferrato. Parlavano le lingue delle loro vittime, conoscevano i riti, gli usi e i costumi del loro popolo. Spesso si travestivano da eremiti, da monaci itineranti, da pellegrini o sapienti. Erano in grado di non destare sospetti senza mai mollare la preda per mesi in attesa dell’ordine di uccidere. Come moderni agenti sotto copertura rimanevano “dormienti” in attesa che fosse richiesto il loro intervento. Questo dipendeva molto dalla politica della setta e dall’utilità o meno di una brutale esecuzione, avvenimento questo sempre pubblico e mai nascosto. Non utilizzavano veleni né altri espedienti ma solo pugnali, con i quali assalivano la vittima sprezzanti della propria incolumità.


Un simile grado di addestramento non poteva essere veicolato da droghe. Era qualcosa che cominciava fin da fanciulli, un indottrinamento per essere precisi, al quale si alternavano esercizi volti a rafforzare il fisico a lezioni e studio delle lingue e delle altre culture. Questo lo sappiamo dalla biografia di Sinan, per esempio, nella quale non viene mai citato l’utilizzo dell’hashish o l’esistenza di un Giardino dell’Eden nel quale passare "l’Erasmus" nell’ultimo anno del corso per il perfetto assassino.

Le loro capacità si erano sviluppate negli anni trascorsi nell’ombra, prima della creazione di propri regni indipendenti e abbastanza solidi per resistere ad attacchi convenzionali. L’esperienza di predicazione, autodifesa e capacità elusive sviluppate dai fondatori della setta divennero materia con la quale istruire un corpo scelto di combattenti fedeli alla missione assegnata. Con risultati stupefacenti e terribili. 


Il loro declino avvenne con la conquista mongola della Persia, nel 1255. Hulaghu Khan, nipote del ben più celebre Gengis conquistò e rase al suolo le roccaforti degli “assassini”, riuscendo a salvarsi da diversi tentativi di eliminarlo dalla scena. Oggi, i discendenti diretti della comunità risiedono in India, ove si insediarono con alterne fortune a partire dal XV secolo.


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