Bayeux tapestry

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giovedì 12 aprile 2018

Una notte di luglio né buia né tempestosa, ma solo noiosa...


Nella foto appena scattata potete vedere la mia attuale postazione di scrittura: un tavolo nel ristorante dove lavoro. Tutte le mattine apro il locale molto presto, svolgo le pulizie necessarie -ho scoperto che passando lo straccio vengono un sacco di idee!- e poi mi siedo qui e mi dedico a quella che considero la mia vera professione.  

Per uno strano scherzo del destino il primo romanzo che scrissi ha preso vita nei momenti morti della mia precedente occupazione. Per quasi dieci anni sono stato infatti una guardia giurata (ci andrebbe “particolare” in mezzo alle due parole ma ci faceva sentire più diversi che speciali e perciò, anche oggi, evito di aggiungerlo ) e fu proprio durante un lungo, lunghissimo, noioso, noiosissimo turno in centrale operativa che decisi di scrivere due righe fra un allarme e un altro. Credo che fosse solo un escamotage per rimanere sveglio, visto che il turno andava dalle otto di sera alle otto del mattino, avendo dimenticato lo zainetto con i libri che di solito portavo sempre con me. Si potrebbe dire, in effetti, che tutto ebbe inizio a causa di una dimenticanza. Prima di quell’istante preciso, il 6 luglio del 2006, non avevo mai veramente tentavo di scrivere qualcosa di più concreto di qualche avventura per giochi di ruolo -una delle mie più grandi passioni-.
Eppure in meno di un'ora avevo già delineato metà di quello che sarebbe divenuto il primo capitolo. All'inizio pensavo di limitarmi a un racconto che, cominciato in media res, si sarebbe concluso così come si può leggere nel testo. Solo che giunto all'esplosione finale avevo tirato in ballo numerosi personaggi -alcuni nemmeno inseriti ma ormai presenti alle mie spalle mentre scrivevo. Non potevo fermarmi. Andai avanti con un secondo capitolo e per alcuni giorni mi fermai indeciso su come portare avanti l'intera vicenda. Giunsero in mio aiuto un paio di letture che avevo concluso da poco, la principale delle quali era La Battaglia di Patrick Rambaud. Voglio raccontarvi meglio il piccolo, enorme, capolavoro di Rambaud, quindi ci tornerò di sicuro, per ora basti sapere che l'idea di creare un romanzo corale, con l'alternarsi delle vicende dei vari protagonisti uniti dallo spazio-tempo dell'Offensiva delle Ardenne, mi venne da lui e da quella che avevo giudicato essere una mancanza, ossia uno sguardo nello schieramento austriaco opposto a quello napoleonico di cui fanno parte i personaggi de La Battaglia.


Anche la scelta delle Ardenne fu istintiva, casuale; forse a causa di alcune traversie personali in quel momento sentivo congeniale il freddo nonostante fossimo in pieno luglio, ad ogni modo da quel momento e per i successivi quattro anni portai avanti la narrazione con un ritmo di lavoro a dir poco altalenante ma sempre deciso a giungere a una conclusione completa. Alternavo momenti di esaltazione a mesi e mesi durante i quali riuscivo a mala pena a scrivere dieci righe. Ero indisciplinato, disordinato, sempre indeciso ma ero anche felice di questa presenza costante, continuativa. Era una sensazione che non avevo mai provato prima forse simile a quella descrizione di rifugio che tanti fanno parlando del desiderio di scrivere. Io non saprei dirlo con sicurezza, non ho mai trovato congeniale quasi nessuno degli altrui spunti sul perché scrivo, inoltre non mi ritrovo nelle mille manie di tanti scrittori: quello che prima il caffè quello che solo con la mia penna, quello che deve avere la sua musica in sottofondo. Non ho mai avuto un rituale né un feticcio per scrivere e questo in effetti continua ancora oggi: non esiste un come scrivo che sia costante, a volte faccio tutto a mano, così da poter lavorare anche nelle situazioni più disparata tipo in fila in autostrada bloccato da un incidente (mi pare che completai così il nono capitolo di Missione d’onore, che vi racconterò un altro giorno), oppure seduto al parco mentre la prole se la spassava alla grande. Durante i mesi di lavoro l’unica cosa che si mantenne costante era la necessità di crescere nella disciplina lavorativa. Giorno dopo giorno riuscii a imbrigliare il me più caotico finché non giunsi alla conclusione della stesura con già un’altra storia fissata in mente: il figlio illegittimo di un nobile cavaliere del XII secolo, il suo rapporto con il padre e una tragedia che li avrebbe separati. Suona familiare, vero?


Nell'agosto del 2011, finalmente, il romanzo giunse alla pubblicazione. Adesso, ogni volta che mi capita di soffermarmi sul suo incipit mi sembra di entrare in una macchina del tempo, destinazione la sala allarmi dell'ormai scomparsa Securcontrol di Macerata. Riesco ancora a vedermi, seduto davanti allo schermo, fermo sulla parola FINE, a domandarmi se qualcuno avrebbe mai letto L'Ultima offensiva di Giovanni Melappioni 😉




Capitolo I


Ardenne, 16 dicembre 1944

Se un qualche dio potesse darmi la forza di trovare un significato a tutto questo, spiegarmi le mie dita spezzate che a stento riescono a tracciare le parole, spiegarmi perché sono intriso del sangue dei miei amici, perché non riesco più a riconoscerli. Come possono degli esseri umani divenire così alieni, nel freddo della morte, a tutto ciò che li circonda, a ciò che erano poco prima? Potrò rivedere ancora la luce, percepire i colori? Il sole abbaglia eppure non scalda, la neve mi circonda eppure non sento freddo. Sono forse sprofondato in un limbo di…

«Tenente! Tornano all’attacco!» la voce riportò Tom alla realtà.
Il taccuino scivolò veloce tra le falde del cappotto, la matita in tasca, al sicuro. Le dita coperte di fasce di lana si strinsero intorno al legno della carabina, nero per l’usura, il fumo e la terra. Raffiche controllate di mitragliatrici si distinguevano dai lati della linea di difesa. Si unì a un’unità che si stava velocemente dirigendo attraverso il labirinto di macerie verso le posizioni a est, al limitare del villaggio di Holzthum, ormai distrutto dopo ore di combattimenti. «Dove sono?» chiese scrutando l’orizzonte tra due assi di legno poggiate al bordo della buca in cui era sceso[...]

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