Bayeux tapestry

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giovedì 19 luglio 2018

La leggenda degli elmi (vichinghi) cornuti


Ormai lo sappiamo tutti: nessun vichingo indossò elmi con le corna in battaglia! Se mai lo fece fu un caso più unico che raro, una boutade del momento di cui noi, oggi, non abbiamo alcuna prova né testimonianza. 

Se quanto in premessa è vero, rimane comunque da comprendere perché nella cultura pop-moderna l'elmo cornuto sia divenuto iconografia granitica di un intero popolo. Ammettiamolo, quando diciamo "vichinghi" dreki e corna di bue sono le prime immagini che ci si stampano nella mente, anche quando siamo consapevoli dell'inesattezza del copricapo. 


Tutto ebbe inizio alla fine del settecento e nei primi anni del 1800. L'esplosione del Romanticismo spostò l'attenzione di letterati, pittori e scultori dall'epoca cosiddetta classica verso temi più nordici, saghe e mitologia di stampo germanico e norreno colsero l'attenzione dei cuori tumultuosi e affascinati dalla crepuscolarità del nord. 
Nel 1825 l'artista Gustav Malmström diede alle stampe una versione illustrata della saga di Frithiof’, un poema svedese scritto da Esaias Tegnér e basato su fatti avvenuti nell'ottavo secolo o giù di lì. In realtà il testo al quale fece riferimento Tegnér era del 1300, un periodo per così dire di stanca per le saghe; forse proprio per il fatto di avere del materiale di riferimento in qualche modo passato in sordina e quindi relativamente "nuovo" agli occhi dei suoi contemporanei, il lavoro di Tegnér ebbe una fama internazionale enorme e diede di fatto inizio alla fascinazione, ancora oggi molto in voga, per i popoli scandinavi del periodo delle migrazioni.

A questo punto, cavalcando la fama senza confini del testo, le immagini di Malmström divennero iconiche e i vichinghi si videro appioppare, in ogni riproduzione da quell'infausto 1825 in poi, gli elmi con le corna, pena non essere dei VERI vichinghi. Malmström, nella sua ricostruzione, fu fuorviato da un mix di ritrovamenti archeologici e notazioni di antichi cronisti, ma molto antichi invero. Vi sono accenni all'utilizzo di elmi cerimoniali dotati di corna e altri ammennicoli. Plutarco, in una descrizione dei Cimbri, riporta che i guerrieri era soliti ornarsi la testa in maniera da rassomigliare a bestie selvagge -corna incluse. Diodoro Siculo attribuisce questa particolarità anche a alcune tribù galliche. Il fatto è che agli albori della moderna storiografia si facevano fin troppo facili collegamenti fra popolazioni disgiunte, diverse e distanti. I barbari, in mancanza di studi approfonditi ancora lungi dall'essere anche solo iniziati, apparivano come un'entità unica divisa per famiglie. Come se i Goti fossero identici ai Suebi o ai Franchi. Seguendo tale logica i Vichinghi, gli ultimi barbari per la mentalità del 1800, non dovevano poi essere molto diversi dalle popolazioni descritte dagli autori antichi -corna incluse!

C'era poi, come accennato, la questione dei ritrovamenti archeologici primo fra tutti gli Elmi gemelli di Veksø, in Danimarca, oggi certificati come oggetti rituali, con un paio di teorie interessanti sulle origini che ricondurrebbero addirittura all'Italia dei proto indo-europei e al culto del Bos Primigenius, il gigantesco bovino noto come Uro.
Per non parlare poi dell'arazzo di Oseberg, dove la figura principale più grande e meglio vestita delle altre, sembra un guerriero con elmo dotato di corna. Anche in questo caso sembrerebbe un rimando a una figura centrale di un culto religioso piuttosto che la trasposizione di un capo militare che guidi i suoi uomini in battaglia (i quali, guarda caso, non indossano elmi cornuti, rendendo comunque di fatto raro e eccezionale averne).
 

Axel Holmberg, archeologo amatoriale, ci mise del suo, stabilendo -solo lui sa come- che un'incisione, oggi datata intorno all'età del bronzo, sulla quale era riportato un uomo con in testa un elmo cornuto, appartenesse all'epoca vichinga, dando forza al concetto che fosse prassi scandinava averne uno in ogni casa. Siamo a metà dell'ottocento e le tesi di Holmberg ebbero parecchio successo, immagino perché giunte a rafforzare un'immaginario ormai formatosi in tal senso e quindi più difficili da screditare. 
Un altro bel colpo alla verità storica lo diedero le illustrazioni per ragazzi, che divennero di moda alla fine dell'ottocento e sono evolute nelle strisce e nei fumetti odierni. Pensate a Thor, il supereroe e a Asterix il Gallo (quando in una sua avventura incontra i vichinghi non ce n'è uno privo di corna). La moderna archeologia e le ricerche degli specialisti oggi hanno sfatato questo mito, ma di sicuro non abbiamo fatto grandi passi avanti, soprattutto per quanto riguarda lo sfruttamento e la distribuzione su vasta scala di prodotti a marchio "viking approved". Se questi qui sotto sono vichinghi (al di là della piacevolezza della serie tv) io sono un cerusico del trecento ;)


La maggior parte delle riflessioni di cui sopra sono nate dalla lettura dell'articolo The Origin of the Imaginary Viking, di J. Langer, pubblicato nel Viking Heritage Magazine, dicembre 2002.