Bayeux tapestry

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giovedì 7 giugno 2018

Guerra d'assedio. Scarperia 1351.



Dame e messeri, allacciate bene gli elmi, controllate l'usura delle cinghie e il filo delle vostre lame, oggi si parla di guerra d'assedio.



Anno del Signore 1351: Giovanni Visconti da Oleggio, governatore di Bologna per conto del suo potentissimo parente, l'arcivescovo di Milano Giovanni Visconti, è al comando di un oste imponente, diverse migliaia di uomini, forse anche diecimila da quel che si può dedurre dalla lunghezza interminabile dei ranghi che si inerpicano lungo l'Appennino dalla pianura padana. Obiettivo i guelfi territori di Firenze. La strada più diretta per dilagare verso il capoluogo toscano è sempre la stessa, da centinaia di anni: Casalecchio di Reno-Sesto Fiorentino. A guardia dell'ultimo tratta c'è il castello montano di San Barnaba, conosciuto oggi come Scarperia e San Piero. Si tratta di un piccolo borgo fortificato risorto dalle ceneri di un precedente fatto d'arme, l'assedio di Montaccianico del 1306 che vide il "vecchio" borgo venire dannato in eterno con proibizione di ricostruire sul sito. Essendo però quella una posizione chiave, si decise per l'edificazione di un nuovo abitato dotato di mura sopra una scarpata poco distante, da cui il nome Terra nova di Scarperia dedicato a San Barnaba.
Il teatro delle operazioni, oggi. Dovete immaginare la zona come una fittissima foresta quasi del tutto priva di sentieri se non la strada che procede verso il valico, sulla sinistra, dove l'armata viscontea contava di passare per raggiungere Firenze.

Castel San Barnaba viene prontamente rinforzato per decisione degli "imborsati", i membri del consiglio di Firenze scelti fra i magnati del popolo grasso (elezione che avveniva tramite estrazione casuale del nome da una borsa, da cui il nome). Proprio in quel punto si stabilisce di giocare la partita contro le mire espansionistiche dei Visconti. Niente azioni di disturbo quindi, con conseguente dispersione delle forze a disposizione fra rocche, case forti e castelli del valico, niente strategia mordi e fuggi in previsione di campal battaglia troppo vicino alle mura patrie. No, è contro la muraglia di San Barnaba che si fermeranno i nemici. Così centinaia di uomini vengono spediti in tutta fretta a rinforzare la minuta guarnigione. Non si tratta di una milizia raffazzonata e raccogliticcia, però, perché numerosi professionisti fanno parte dell'esercito fiorentino, così come preponderante è il numero di arcieri e balestrieri i quali, come vedremo, saranno determinanti per l'esito della battaglia.

 

Se siete passati per l'attuale Scarperia, o se ne avete osservato il perimetro tramite le mappe satellitari di Google, vi sarà sorta spontanea la domanda su dove possano aver trovato sistemazione le centinaia di difensori durante i due mesi d'assedio. Per rispondere è importante essere consapevoli che operazioni di questo genere, su così vasta scala, difficilmente si svolgevano come nelle illustrazioni dei libri (che pagano il pegno di dover mostrare molte cose in pochissimo spazio).
Di tutto e di più, una concentrazione di macchine che neanche la sede centrale della Caterpillar...

Non era mai così efficace la stretta degli assedianti e non era sempre vero che tutti, ma proprio tutti i difensori si trovassero all'interno della cerchia fissa di mura. Molto spesso venivano costruite ridotte e palizzate, erette fortificazioni di legno (da entrambe le parti) e la mobilità dei difensori non sempre era negata perché circondare completamente una fortezza non era praticabile in molti casi in maniera davvero efficace.

Nel nostro caso i difensori di San Barnaba si erano disposti lungo una palizzata costruita ex novo, quindi non parte stabile delle fortificazioni del borgo, rinforzata da due fossati e che doveva correre lungo il crinale che conduce all'attuale lago di Bilancino (bacino artificiale creato negli anni Novanta del secolo scorso). Una barriera, dunque, con punto forte il borgo, trasformato in fortezza anche attraverso lo smantellamento delle porte delle abitazioni private, a quanto racconta Pietro Azerio nel suo Chronicon.

L'assedio ha inizio la prima settimana di agosto, o poco dopo. Secondo Matteo Villani, che di questa vicenda ci fornisce un resoconto dettaglio e colorito, sotto le mura di San Barnaba si tiene un assedio da manuale, con ogni tipo di arma e strategia in atto. Giovanni da Oleggio e i suoi consiglieri militari decidono di andare subito sul pesante con lo scavo di una mina contro il muro settentrionale del borgo. Sanno che prendere la palizzata non basterebbe e che l'intero sistema difensivo va distrutto, altrimenti l'armata dei Visconti si troverebbe incastrata fra i sopravvissuti di San Barnaba e l'intero esercito fiorentino, in adunata (lenta) nei pressi di Borgo San Lorenzo.



Per mantenere segreti gli scavi i viscontei lanciano un assalto generale non contro il borgo ma contro il muraglione esterno con l'utilizzo di gatti e grilli – coperture mobili costituite da tettoie ricoperte di pelli per impedire al fuoco lanciato dai difensori di aggredirle – con le quali gli uomini possono portarsi a ridosso delle fortificazioni per colpire con arieti o provare a smantellarle nel caso di barriere di legno o barricate alla meglio. Viene perfino costruita una torre di legno mobile, portata a ridosso della palizzata e sulla sommità della quale si danno il cambio squadre di tiratori che non smettono un istante di tormentare i difensori. Tutto questo per dare copertura agli scavatori, alle prese con la dura roccia appenninica sul lato orientale delle difese.

La mina era uno scavo sotterraneo (quando possibile, altrimenti il più vicino alle fondamenta del muro da abbattere) che doveva arrivare fino alla base della fortificazione dove si creava una struttura lignea in sostituzione del materiale delle fondamenta rimosso. Quando si era certi di aver trasferito tutto il peso delle mura da abbattere sulla tettoia in legno, si riempiva l'anfratto con materiale infiammabile e si incendiava il tutto: ne sarebbe conseguito un crollo tale da creare una breccia sufficiente all'assalto, creando una situazione tipo questa


I difensori però si accorgono di quanto sta avvenendo realmente. Si dedicano con accanimento alla difesa della palizzata mentre gli abitanti del borgo, nessuno escluso, cominciano a scavare una contromina, un tunnel per intercettare quello in avvicinamento alle proprie mura, cosa che puntualmente accade: la mina viscontea viene scovata e nello scontro sotterraneo i fiorentini hanno la meglio. Lo scavo viene fatto crollare: fine del piano A.

L'assalto generale, con lo scopo di prendere le mura, è l'opzione successiva. Tutte le strutture difensive mobili vengono spostate e fatte inerpicare lungo la salita che conduce al borgo. Il fronte d'attacco si assottiglia a causa dell'asperità del terreno, accade così che i balestrieri che dovevano coprire l'avanzata si trovano troppo avanti rispetto al resto della forza d'assalto, e unico bersaglio dei difensori sulle mura. Fuggono, colpiti da ogni lato. Le diverse unità che devono invece prendere parte alla scalata delle mura arrivano un poco alla volta, prive di copertura, e divengono oggetto del lancio di qualsiasi oggetto reperibile all'interno del borgo: pali appuntiti, mattoni, pietre, tronchi, vicini noiosi (approfittando della distrazione generale). È un tale disastro che si riesce a lanciare perfino una sortita che porta alla distruzione delle coperture mobili, all'uccisione di diversi nemici e alla cattura di molti di loro (utilissimi da utilizzare al posto dei merli, sopra gli spalti, come tradizione vuole).

Il tempo passa inesorabile, e ogni giorno i fiorentini che attendono l'armata viscontea più a valle ricevono rinforzi. Impossibile attendere, non c'è nemmeno la possibilità di far cadere per fame il castello perché i rifornimenti ai difensori sono continui, resistendo la palizzata della parte bassa. Gli uomini sono demoralizzati, ma c'è ancora una forza che ha assistito senza prendere parte alle diverse fasi dell'assedio: i mercenari tedeschi, tutti cavalieri, al seguito di Giovanni. Si dicono pagati per combattere a cavallo, non per la guerra dei topi, e tocca pagarli il doppio per il loro aiuto. Il piano non brilla per originalità: attacco notturno, con luna favorevole (altrimenti sarebbe come giocare a moscacieca) mentre il resto dell'esercito con strepiti e falsi tentativi di attacco distrae i difensori. I tedeschi arrivano sul lato meno illuminato e appoggiano le scale, solo per farsele rovesciare addosso dagli armati di San Barnaba che non si sono fatti prendere per il naso. La sorpresa la ricevono i germanici, che vengono addirittura inseguiti e accoppati in buon numero a seguito dell'ennesima sortita.

Il 26 ottobre, pesti e umiliati, i viscontei devono ritirarsi. Oltre ad aver perso la speranza di conquistare il valico, inizia a mancare il cibo per gli uomini e per i cavalli. Un fiasco completo chiude questo assedio davvero caratteristico della guerra ossidionale.



mercoledì 23 maggio 2018

Il "primo" vassallo.

La parola vassallo, almeno quanto castello e cavaliere, è così potente da riuscire a evocare da sola l'immagine di un medioevo pieno fatto di torrioni, guerrieri in armatura e Grandi Sale nobiliari. Eppure, nonostante la semplicità lessicale, le sue origini e la sua applicazione nella quotidianità dell'anno Mille sono ancora oggi oggetto di studio e dibattito. La questione è complessa per colpa di vari fattori fra i quali la confusione delle fonti, molto spesso incomplete o di molteplice interpretazione. Inoltre il plurisecolare pregiudizio sull'epoca medievale degli storici dal settecento fino alla seconda guerra mondiale o giù di lì ha inficiato non poco fornendo inesatte ricostruzioni di vassalli incasellati lungo i pioli di una scala sociale che andava dal contadino al re, struttura questa assolutamente inesatta.

Chi era il vassallo? Una domanda di questo tipo, priva di collocazione temporale, non potrà mai fornire una risposta univoca corretta. Sarebbe come domandare che musica ascoltino gli adolescenti. Per rispondere occorrono almeno altre due domande: di quale epoca e di quale parte del mondo. Per provare a dipanare un poco la matassa iniziamo con la prima fonte documentale recante l'attestazione di un vassallo.

Primi anni del sesto secolo dopo Cristo, Pactus Lex Salica. XXXV n 9

Si quis vassum ad ministerium, quod est horogauo, puellam ad ministerium aut fabnim ferrarium uel aurificem aut porcarium furauerit aut occiderit, cui fuerit adprobatum, [mallobergo t(e)xaga aut amb(ah)t(o)nia sunt], MCC denarios qui faciunt solidos xxx culpabilis iudicetur. Inter fre(d)o et faido sunt MDCCO denarii qui faciunt solidos XLV. In summa sunt simul solidi LXXV.

Se qualcuno avrà rapito o ucciso un vassallo chiamato a un servizio (ad ministerium), il quale è un horogavo, una giovane chiamata a un servizio o un fabbro ferraio o un orefice o un porcaro, colui che è stato dichiarato colpevole... [mi vedo costretto a saltare questa parte perché il mallobergo deve essere approfondito a parte data la sua importanza -era un'assemblea giudiziaria- quel che conta è la parola vassum] sia giudicato colpevole per 1200 denari che fanno 30 soldi. Tra soldi di pacificazione (fredo) e per la faida sono 1800 denari che fanno 45 soldi. In totale fanno 75 soldi.

Il testo della Legge Salica sarebbe stato promulgato fra il 507 e il 511 sotto l'egida del re Clodoveo. Secondo alcuni studiosi, però, la sua reale origine apparterrebbe alla metà del IV secolo da un codice romano dedicato alle truppe di stirpe franca arruolate nell'esercito imperiale. Ipotesi in parte rigettata ma non di meno affascinante. Tornando all'articolo di legge esso compare nella sezione, detta titolo, dedicata agli omicidi dei servi e al saccheggio ai loro danni. E' infatti tra i "servi" che troviamo il primo accenno al vassallo ma non è certo nei bassifondi della società che va collocato quest'uomo giuridico. La sua morte costa 10 soldi in più rispetto a un normale servo e l'elenco lo colloca fra gli specialisti.

Altra grande particolarità è la necessità di spiegare chi fosse un vassum specificando che si tratta di un horogavo. Eminenti filologi, fra cui Kienast dal quale ho tratto direttamente il discorso, ritengono che la traduzione più corretta di horogavo sia soggetto a servitù, sottoposto. Tant'è che in effetti c'è un'ipotesi linguistica molto interessante, capitanata dalla storica del diritto Soazik Kerneis, che farebbe corrispondere la parola vassum a una forma latinizzata derivante dall'espressione verbale uo-st(h)-o celtica che si può tradurre con "che si tiene al di sotto".

Il vassallo dei primordi, dunque, era un non libero. Come abbiamo visto però aveva una collocazione più alta della servitù standard e se fino a questo punto tutto ciò che sappiamo è molto probabilmente esatto il percorso verso la traslazione della parola da servo armato al vassallo tipico del pieno medioevo è frutto di ipotesi ricostruttive.

La più semplice fra le molteplici spiegazioni è che questi vassi fossero una sorta di revival delle scomparse figure degli ambacti del mondo celtico.


Gli ambacti erano i membri del seguito armato di un capo, suoi fedelissimi guerrieri che lo proteggevano e lo servivano tanto in battaglia quanto nella gestione del proprio potere in tempo di pace. L'idea di clientele armate era invisa ai romani del diritto e dell'esercito statale, pertanto gli ambacti vennero meno durante la romanizzazione della Gallia. Nel periodo del ritorno in auge, per esigenze di mera sopravvivenza in primis, delle scorte armate il carattere servile di quest'ultime -private del cordone ombelicale che le legava nel ricordo agli ambacti- prevalse. La parola vassum si diffuse, divenne specifica e quando la guerra mutò da fenomeno di massa a questione di specialisti (con una concentrazione di costi sul singolo combattente enorme) il carattere servile finì per decadere a vantaggio di un concetto di servizio "retribuito" attraverso i benefici e l'accasamento. Il vassallo, nel passaggio dall'epoca merovingia a quella imperiale carolongia, divenne una figura sempre più capillare e i rapporti che lo legavano con i vertici della società, in primis la corte.


Già nel IX secolo essere un vassallo non implicava più essere un servo non libero. Nel giuramento vassallatico di Tassilone duca di Baviera, riportato negli Annales regni Francorum, viene detto che "Egli prestò molti e innumerevoli giuramenti (sacramenta) toccando con le mani le reliquie dei santi [...] come un vassallo (vassus) deve fare secondo giustizia, come un vassallo deve essere con i suoi signori."  Sembra che il giuramento in sé non sia mai avvenuto ma in questa sede non importa la storicità dell'evento in sé quanto la descrizione che se ne fece. Essa, infatti, rappresenta una formula valida e una prova solida, perché il cronista non poteva mentire sulle modalità del giuramento di Tassilone se voleva creare un plausibile "falso storico", sulle modalità proprio del vassallaggio.

Per concludere questa piccola incursione vorrei sottolineare che è proprio nella relativa oscurità di fonti riguardo questo mutamento che nasce quello che ho definito il grande equivoco feudale: l'idea che questi vassalli divenissero piccoli signori nelle terre ricevute, o che ricevessero appunto solo terre come retribuzione. Altra grande confusione fu quella di confondere il legame fra l'alta nobiltà e il re, paragonandolo a quello fra i nobili minori e i propri cavalieri del seguito. Confusione che solo in questi ultimi anni si sta riuscendo a dipanare.





giovedì 10 maggio 2018

Lettera di un combattente a sua madre. Aprile 1471.

14 aprile 1471, villaggio di Barnet, oggi sobborgo settentrionale di Londra. La battaglia di Barnet, nota per la fittissima nebbia nella quale si combatté, è appena terminata.

In campo, le forze contrapposte del re Edoardo IV, leader degli York nella cosiddetta Guerra delle Due Rose, e di Richard Neville, conte di Warwick, un tempo alleato di Edoardo e da poco ritornato nelle fila dei Lancaster nelle quali aveva già militato all'inizio del conflitto (E non era l'unico caso di cambio di schieramento, solo per tenere traccia dei nobili maggiori occorrono ore e ore di studio. in confronto Il trono di spade di Martin, notoriamente ispirato proprio a questo periodo, è molto semplice e lineare.)

Lo scontro merita un approfondimento a parte, perciò oggi eviterò di addentrarmi nella cronaca della battaglia. Essa fa da sfondo a questo articolo che invece vuole raccontarvi di un particolare documento dell'epoca. Una straordinaria testimonianza scritta giunta fortunatamente fino a noi.

John Pastor e suo fratello minore, anch'egli di nome John, sono sopravvissuti alla battaglia campale. Hanno combattuto in prima linea e il John più piccolo ha subito una brutta ferita. Militavano sotto le insegne del Conte di Oxford, partigiano Lancaster e il loro schieramento è stato sconfitto, i comandanti uccisi. Nel caos generale dell'armata in fuga e spezzettata in tronconi ormai non più in grado di ricongiungersi, John sentì l'urgenza di scrivere una lettera personale alla madre Margareth Mautby. Poche righe ma dense di umanità. John voleva rassicurare la madre e nel contempo, essendo lei dentro le faccende politiche del paese, informarla per quanto possibile riguardo il recente disastro.


Ci separano più di cinquecento anni da quei giorni eppure le parole di Paston suonano ancora attuali, vicine alla nostra sensibilità. Non c'è molta differenza fra le sue righe e quelle di un combattente di una guerra del novecento.

Il testo

A mia madre.

MADRE, mi raccomando a te, portandoti a conoscenza che, Dio sia lodato, mio fratello John è vivo e sta bene, e non è in pericolo di vita; tuttavia è stato ferito da una freccia al braccio destro, sotto il gomito; e io inviato da lui un chirurgo che l'ha medicato e mi ha detto che è sicuro che si riprenderà del tutto in poco tempo. E' così che John Milsent è morto, Dio abbia pietà della sua anima! e William Milsent è sopravvissuto, e i suoi sergenti - servants nel testo - tutti fuggiti con ogni probabilità. Per quanto mi riguarda, sono in ogni caso benedetto da Dio; e non sono in pericolo di vita, posso garantirlo in piena coscienza. Ancora, il mio signore l'arcivescovo è nella Torre(1); tuttavia io confido in Dio che stia abbastanza bene; egli ha un salvacondotto per me e per sé stesso; tuttavia abbiamo avuto guai da quando, ma ora ne comprendo il perché, egli ha ricevuto il perdono; e così speriamo per il meglio. Laggiù nel campo, a mezzo miglio da Barnet, è stato ucciso il Conte di Warwick, nel giorno di Pasqua.(2)
La scena immaginata dallo straordinario artista Graham Turner


(1) L'arcivescovo è George Neville, in quei giorni tenuto prigioniero da Edoardo IV nella Torre di Londra. Il capoverso che segue la notizia della cattività è di dubbia interpretazione, non sappiamo a che guai Paston faccia riferimento. Possiamo presumere siano dovuti ai continui cambi di bandiera di cui fu protagonista l'arcivescovo durante la Guerra.

(2) Ormai sicuro della vittoria Edoardo ordinò di catturare Warwick ma a causa della fitta nebbia i suoi uomini non lo riconobbero e lo uccisero a coltellate. Il suo cadavere, insieme a quello di suo fratello John Neville, altro comandante lancasteriano, rimase esposto per tre giorni nel piazzale della Cattedrale di St. Paul per tacere le voci che volevano i due nemici del re ancora in vita.






martedì 8 maggio 2018

Il kit del perfetto combattente. La Guerra delle Due Rose.


Potendo disporre di adeguate risorse un guerriero nord europeo della seconda metà del XV secolo si sarebbe dotato dell'eccellenza in fatto di protezioni e armi offensive. Il materiale riportato qui sotto corrisponde all'incirca al top di gamma dell'epoca compresa fra la battaglia di Towton (1461) e Bosworth (1485). 



  1. Stivali
  2. Cappello civile con piccolo stemma in peltro
  3. Elmo detto Bigoncia (Sallet in inglese)
  4. Gorgiera 
  5. Spallacci. Il sinistro è più grande per una migliore protezione del lato difensivo, mentre il destro, offensivo, rimane più agile
  6. Spallacci
  7. Collare
  8. Scarsella
  9. Cintura
  10. Cuffia di stoffa
  11. Protezioni braccio sinistro. Cannone omerale e avambraccio, giunto rinforzato
  12. Mantella con cappuccio
  13. Guanti d'arme a clessidra
  14. Anello
  15. Rosario

16. Portamonete
17. Scarpe d'arme
18. Scarselle, piastre aggiuntive a protezione dell'attaccatura della coscia con l'inguine
19. Corazza schienale con le insegne del Duca di Norfolk
20. Corazza pettorale
21. Gambiere. Proteggevano la coscia e la tibia. Nella giuntura due alette d'acciaio proteggevano la          parte posteriore del ginocchio
22. Protezioni braccio destro. Cannone omerale e avambraccio, giunto rinforzato
23. Cintura d'arme
24. Spada
25. Daga
26. Fodero della daga
27. Gambeson con maniche di maglia di ferro
28. Cinghia
29. Pettine di legno
30. Camicia di lino
31. Farsetto imbottito
32. Utensili per i pasti
33. Custodia per coltello
34. Fodero della spada
35. Azza all'inglese, meglio nota come Poleaxe (o Pollaxe, Pole-axe ecc.) Perché a volte è più facile          rompere la testa al tuo nemico che tagliarla.

Da notare l'assenza dello scudo, divenuto ormai oggetto simbolico da torneo o da lasciare appeso a casa sopra il caminetto. La maggior parte dei combattenti utilizza armi a due mani o con la possibilità di essere impugnate con entrambe le estremità. Tagliare e sventare era diventato molto difficile, i colpi miravano a infilzare o a spaccare e per questo le azze, le alabarde e le picche divennero armamenti principali. La spada si fece più pesante e lunga, con impugnatura larga a sufficienza per fare spazio all'altra mano. Non era solo una questione di forza bruta ma evoluzione schermistica.




giovedì 3 maggio 2018

Castello di Kizkalesi



Oggi visiteremo un’isola di circa 15.000 metri quadrati, vicinissima alla costa e interamente occupata da solide mura... No, non è Moint Saint Michel, che di mq ne fa quasi un milione, ma Kizkalesi, in Turchia.

Si tratta di un isolotto roccioso che sorge lungo la costa sud dell’Anatolia, nella provincia del Mersin. La sua superficie è quasi completamente occupata dal castello omonimo (conosciuto anche come il Castello del Mare o Castello del Vergine da Kiz ragazza e Kalesi castello in turco). Anticamente il nome dell’isola era Gramvousa (greco Γραμβούσσα) e secondo Tim Severin, ricercatore e scrittore specializzato in vicende marittime, il nome Gramvoussa deriverebbe dalla moglie dell’ultimo capo pirata ad aver abitato l’isola, Vousa, l’unica stando alla leggenda che riuscì a sfuggire alla flotta bizantina che pose fine al dominio dei predoni del mare sul minuscolo isolotto.

Proprio i bizantini, infatti, durante il regno di Alessio I Comneno, edificarono la prima struttura fortificata i cui resti sono visibili oggi nell’area sud del complesso, dove si erge la tipica torre quadrata dell’età comnena. Leone I del regno Armeno di Cilicia. I cui lavori sono riconoscibili dalle torri quadrate e dalla tecnica muraria detta Concio, caratteristica dell’arte difensiva armena del periodo. Il castello ha due ingressi fortificati e una galleria lungo il lato occidentale attraverso la quale, un tempo, era possibile far accedere piccole imbarcazioni direttamente entro le mura.

Più volte rimaneggiato venne completamente ricostruito nel tredicesimo secolo da

Il perimetro complessivo è di 195 metri.

Interessante la presenza di una sorta di diga costruita per consentire un continuo collegamento con la terraferma. Qualcosa che doveva averlo reso molto simile al nostro, strepitoso, castello marino: Le Castella, in Calabria.


Nel 1450 i turchi strapparono il castello ai ciprioti, subentrati agli armeni un secolo prima, e cambiarono nome alla fortezza costiera di Gorygos collegata a Gramvoussa in Kizkalesi. La nuova denominazione fu utilizzata per entrambe le fortificazioni e tutt’oggi persiste come toponimo condiviso.


Come tutte i luoghi suggestivi del mondo non poteva mancare una leggenda dal sapore molto mediorientale. La Vergine di cui si accenna in uno dei nomi del sito era la figlia di un re di una non meglio specificata epoca. Un giorno un indovino predisse la morte della principessina in giovane età a causa di un morso di serpente, il re allora, deciso a impedire il compiersi di un così tragico destino, inviò la figlioletta sull’isola di Gramvoussa dove era noto non dimorassero serpenti.
Non si può vincere contro il fato, però, e così un giorno un velenoso rettile la raggiunse nascosto dentro uno dei cesti con i viveri inviati da terra, il drammatico destino della giovane si compì nonostante tutti gli accorgimenti. Occorre ricordare che questa storia è molto comune nell'area e almeno una decina di luoghi differenti e distanti da Kizkalesi ne condividono i contenuti.

martedì 17 aprile 2018

La Grande Compagnia Catalana. La battaglia di Halmyros 15 marzo 1311.


La devastante vendetta di Berenguer d'Entenca per l'uccisione di Ruggero da Fiore costrinse la Compagnia Catalana a spostarsi verso il sud della Grecia. Spogliata la Tracia di ogni risorsa era infatti impensabile per i catalani rimanervi, così come fuori portata dovette apparire la possibilità di conquistare Costantinopoli. Vi furono scontri fra i comandanti della Compagnia, ai quali si erano aggiunti di recente inviati del re d'Aragona per indirizzare quella forza militare e utilizzarla come estensione del proprio potere nell'area. Il piano era ambizioso ma i mercenari ormai agivano come cani sciolti e rafforzandosi il potere -e la disperazione- dell'imperatore di Costantinopoli decisero di spostarsi in direzione dell'Attica, dove si prospettavano razzie indisturbate e un clima perfetto per mercenari che avevano al seguito le proprie famiglie.


Giunti al confine con il ducato di Atene gli Almogaveri vennero contattati da una loro vecchia conoscenza, Roger Deslaur, un almogavero al servizio di Gautier V di Brienne duca di Atene. Gautier (ricordato anche come Walter) aveva combattuto in Sicilia durante la Guerra del Vespro ed era stato catturato proprio da una banda di catalani durante la battaglia di Gagliano. Conosceva dunque la combattività della Compagnia e tramite Roger la ingaggiò per controllare i confini nord -dove appunto li aveva "fermati" intavolando trattative per l'ingaggio- dove premeva il suo nemico diretto, Giovanni II Ducas che in quegli anni governava sulla Neopatria, un ducato nato dalla dissoluzione del regno latino di Tessalonica, anche se a muovere le trame era l'imperatore Andronico, deciso a riconquistare i territori perduti da quel lontano 1204, anno in cui le dinastie europee si insediarono sul trono di Costantinopoli.

In sei mesi Gautier prese il controllo di trenta fortezze e arrivò a un accordo di pace con Andronico. A dispetto di quanto la recente storia della Compagnia avrebbe dovuto insegnare ai contemporanei riguardo l'efferatezza con la quale i suoi appartenenti si facevano rispettare, Gautier decise di smettere di pagarli, congedando in malo modo il grosso della Compagnia tranne 200 cavalieri e 300 fanti selezionati ai quali, oltre a garantire terre e privilegi per la continuazione dei servigi, demandò l'incarico di tenere fuori dai confini del ducato il resto dei loro compagni. Immagino sappiate già cosa accadde in seguito a questa sconsiderata decisione...
Un bel banchetto e un centinaio di armati pronti a allietare gli ospiti. Altro che Martin... 
Gli almogaveri e Gautier V giunsero allo scontro diretto e il 15 marzo 1311 nella pianura di Halmyros, nei pressi del fiume Cefiso, in Beozia. Consapevoli della superiorità tattica della cavalleria di stile franco guidata dal duca di Atene i reparti della Compagnia catalana si schierarono dietro un acquitrino così esteso che non c'era modo di aggirarlo -e secondo i cronisti Muntaner e Niceforo Gregoras creato artificialmente deviando il corso del fiume-. Quando i franchi arrivarono il contingente turco della Compagnia si rifiutò di scendere in campo sospettando che la battaglia campale fosse una scusa per eliminarli tutti. In compenso, però, in un esprit de corp davvero notevole, i cinquecento almogaveri rimasti al soldo di Gautier disertarono allegramente per ricongiungersi con i vecchi compagni. Roger rimase fedele al duca franco e combatté al suo fianco (sarà uno dei pochi superstiti fra i cavalieri e, catturato, venne "perdonato" e nominato rector et marescalcus universitatis dai catalani vittoriosi).

Per quanto riguarda le dimensioni degli schieramenti si parla di circa 6.000 combattenti della Compagnia contro almeno il doppio fra cavalieri e fanti al comando di Gautier. Va detto che dopo venti anni di combattimenti pressoché continui la componente etnica iberica della Compagnia era andata assottigliandosi e che il numero di guerrieri rimase più o meno stabile grazie al reclutamento continuo. Bulgari, turchi, epiroti, greci, traci e decine di altre differenti culture si trovarono unite sotto gli stendardi della Compagnia, apprendendo dai veterani i fondamenti del loro modo di combattere basato sulla velocità, sulle armi da getto e sulla determinazione nel compiere lavori di pura macelleria nel corso degli scontri.

Il terreno difficoltoso smorzò la carica di cavalleria al punto che l'impatto con le linee catalane fu del tutto insignificante. Lo schieramento di punta di Guatier si frammentò in piccoli gruppi incapaci di difendersi con efficacia dal modo di combattere violento ed estremamente mobile degli almogaveri. A dare il colpo di grazia, presumibilmente in concomitanza con l'attacco anch'esso molto lento della fanteria franca, intervennero i turchi che convinti dall'evidenza dei fatti della buona volontà dei catalani attaccarono sul fianco e sul retro la massa di combattenti pesanti e impacciati del ducato di Atene. Fu una vittoria completa, Gautier e quasi tutti i grandi baroni del ducato perirono quel giorno sul campo. I Catalani si impossessarono delle città e delle fortezze dell'Attica e della Beozia prendendo in spose le vedove degli uomini che avevano massacrato. In cerca di legittimità, inoltre, pregarono Federico III d'Aragona, vincitore della Guerra del Vespro, di accettare l'omaggio formale e di inviare qualcuno a governare formalmente le terre conquistate. Federico nominò il suo secondogenito Manfredi, di cinque anni, Duca di Atene e inviò Alfonso Fadrique per svolgere fattivamente gli incarichi di governo.
Sigillo della Compagnia

Sarà un avventuriero, Neri Acciajuoli, nel 1388 a porre termine al dominio catalano. Ma questa è un'altra storia che prima o poi vi racconterò.







giovedì 12 aprile 2018

Una notte di luglio né buia né tempestosa, ma solo noiosa...


Nella foto appena scattata potete vedere la mia attuale postazione di scrittura: un tavolo nel ristorante dove lavoro. Tutte le mattine apro il locale molto presto, svolgo le pulizie necessarie -ho scoperto che passando lo straccio vengono un sacco di idee!- e poi mi siedo qui e mi dedico a quella che considero la mia vera professione.  

Per uno strano scherzo del destino il primo romanzo che scrissi ha preso vita nei momenti morti della mia precedente occupazione. Per quasi dieci anni sono stato infatti una guardia giurata (ci andrebbe “particolare” in mezzo alle due parole ma ci faceva sentire più diversi che speciali e perciò, anche oggi, evito di aggiungerlo ) e fu proprio durante un lungo, lunghissimo, noioso, noiosissimo turno in centrale operativa che decisi di scrivere due righe fra un allarme e un altro. Credo che fosse solo un escamotage per rimanere sveglio, visto che il turno andava dalle otto di sera alle otto del mattino, avendo dimenticato lo zainetto con i libri che di solito portavo sempre con me. Si potrebbe dire, in effetti, che tutto ebbe inizio a causa di una dimenticanza. Prima di quell’istante preciso, il 6 luglio del 2006, non avevo mai veramente tentavo di scrivere qualcosa di più concreto di qualche avventura per giochi di ruolo -una delle mie più grandi passioni-.
Eppure in meno di un'ora avevo già delineato metà di quello che sarebbe divenuto il primo capitolo. All'inizio pensavo di limitarmi a un racconto che, cominciato in media res, si sarebbe concluso così come si può leggere nel testo. Solo che giunto all'esplosione finale avevo tirato in ballo numerosi personaggi -alcuni nemmeno inseriti ma ormai presenti alle mie spalle mentre scrivevo. Non potevo fermarmi. Andai avanti con un secondo capitolo e per alcuni giorni mi fermai indeciso su come portare avanti l'intera vicenda. Giunsero in mio aiuto un paio di letture che avevo concluso da poco, la principale delle quali era La Battaglia di Patrick Rambaud. Voglio raccontarvi meglio il piccolo, enorme, capolavoro di Rambaud, quindi ci tornerò di sicuro, per ora basti sapere che l'idea di creare un romanzo corale, con l'alternarsi delle vicende dei vari protagonisti uniti dallo spazio-tempo dell'Offensiva delle Ardenne, mi venne da lui e da quella che avevo giudicato essere una mancanza, ossia uno sguardo nello schieramento austriaco opposto a quello napoleonico di cui fanno parte i personaggi de La Battaglia.


Anche la scelta delle Ardenne fu istintiva, casuale; forse a causa di alcune traversie personali in quel momento sentivo congeniale il freddo nonostante fossimo in pieno luglio, ad ogni modo da quel momento e per i successivi quattro anni portai avanti la narrazione con un ritmo di lavoro a dir poco altalenante ma sempre deciso a giungere a una conclusione completa. Alternavo momenti di esaltazione a mesi e mesi durante i quali riuscivo a mala pena a scrivere dieci righe. Ero indisciplinato, disordinato, sempre indeciso ma ero anche felice di questa presenza costante, continuativa. Era una sensazione che non avevo mai provato prima forse simile a quella descrizione di rifugio che tanti fanno parlando del desiderio di scrivere. Io non saprei dirlo con sicurezza, non ho mai trovato congeniale quasi nessuno degli altrui spunti sul perché scrivo, inoltre non mi ritrovo nelle mille manie di tanti scrittori: quello che prima il caffè quello che solo con la mia penna, quello che deve avere la sua musica in sottofondo. Non ho mai avuto un rituale né un feticcio per scrivere e questo in effetti continua ancora oggi: non esiste un come scrivo che sia costante, a volte faccio tutto a mano, così da poter lavorare anche nelle situazioni più disparata tipo in fila in autostrada bloccato da un incidente (mi pare che completai così il nono capitolo di Missione d’onore, che vi racconterò un altro giorno), oppure seduto al parco mentre la prole se la spassava alla grande. Durante i mesi di lavoro l’unica cosa che si mantenne costante era la necessità di crescere nella disciplina lavorativa. Giorno dopo giorno riuscii a imbrigliare il me più caotico finché non giunsi alla conclusione della stesura con già un’altra storia fissata in mente: il figlio illegittimo di un nobile cavaliere del XII secolo, il suo rapporto con il padre e una tragedia che li avrebbe separati. Suona familiare, vero?


Nell'agosto del 2011, finalmente, il romanzo giunse alla pubblicazione. Adesso, ogni volta che mi capita di soffermarmi sul suo incipit mi sembra di entrare in una macchina del tempo, destinazione la sala allarmi dell'ormai scomparsa Securcontrol di Macerata. Riesco ancora a vedermi, seduto davanti allo schermo, fermo sulla parola FINE, a domandarmi se qualcuno avrebbe mai letto L'Ultima offensiva di Giovanni Melappioni 😉




Capitolo I


Ardenne, 16 dicembre 1944

Se un qualche dio potesse darmi la forza di trovare un significato a tutto questo, spiegarmi le mie dita spezzate che a stento riescono a tracciare le parole, spiegarmi perché sono intriso del sangue dei miei amici, perché non riesco più a riconoscerli. Come possono degli esseri umani divenire così alieni, nel freddo della morte, a tutto ciò che li circonda, a ciò che erano poco prima? Potrò rivedere ancora la luce, percepire i colori? Il sole abbaglia eppure non scalda, la neve mi circonda eppure non sento freddo. Sono forse sprofondato in un limbo di…

«Tenente! Tornano all’attacco!» la voce riportò Tom alla realtà.
Il taccuino scivolò veloce tra le falde del cappotto, la matita in tasca, al sicuro. Le dita coperte di fasce di lana si strinsero intorno al legno della carabina, nero per l’usura, il fumo e la terra. Raffiche controllate di mitragliatrici si distinguevano dai lati della linea di difesa. Si unì a un’unità che si stava velocemente dirigendo attraverso il labirinto di macerie verso le posizioni a est, al limitare del villaggio di Holzthum, ormai distrutto dopo ore di combattimenti. «Dove sono?» chiese scrutando l’orizzonte tra due assi di legno poggiate al bordo della buca in cui era sceso[...]

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