Bayeux tapestry

Bayeux tapestry

mercoledì 9 gennaio 2019

Donne medievali. Tre interessanti casi.


La storia non è mai fatta di estremi. Le vicende e le vite dei protagonisti del passato non sono state nere o bianche ma condizionate da numerose sfumature di grigio. L'approccio migliore per analizzare gli eventi che ci hanno proceduto è studiare a fondo, con tutte le prove documentali su cui è possibile mettere le mani, i singoli casi cercando di non generalizzare.

Prendete per esempio la condizione della donna nel periodo che indichiamo come Medioevo. Di primo acchito non penseremmo che vi fosse molto margine di libertà per lei, eppure vi sono numerose eccezioni, ognuna frutto della situazione del momento e non certo opera di una cultura di massa generalizzata e globale. Ogni singola donna "coraggio" ebbe la sua storia. Oggi voglio farvene conoscere tre. La lista è molto più lunga ma se spulciate nell'archivio del blog troverete altri esempi di donne combattive e indomite. Tornerò sicuramente sull'argomento molto presto. Magari parlando, in una sezione speciale, della prima donna guerriera che conobbi -anche se non è un personaggio storico. Eowyn figlia di Eomund, la Dama Bianca di Rohan (da Il Signore degli Anelli).


Æthelflæd, regina del muro di scudi. 


Signora del regno di Mercia (uno dei numerosi regni anglosassoni nei quali era divisa l'Inghilterra fra il VI e il XI secolo). Visse nei turbolenti anni delle invasioni nordiche delle isole britanniche, alla fine del nono secolo. Figlia maggiore di Alfredo il Grande alla sua morte fu vittima di un "complotto del silenzio" ordito dal fratello Edoardo detto il Vecchio per invidia e convenienza politica. Pensate che mentre nelle cronache anglosassoni si accenna a lei solo "come sorella di Edoardo" le cronache del Ulster parlano di "famosissima regina Saxonum" e allo stesso modo le fonti gallesi. Anche i successivi cronisti normanni parlano di lei in toni grandiosi. John di Worcester dice che fu "La luce dei suoi sudditi, il terrore dei suoi nemici, una donna di grandissima anima."

Æthelflæd nacque intorno al 870 d.C.
A 15 anni, mentre si recava verso le terre del futuro sposo, il conte di Mercia Æthelred, il suo corteo venne attaccato da una nutrita banda di nemici (presumibilmente di stirpe norrena). Lei organizzò la difesa dei sopravvissuti e riuscì a mettere in fuga gli attaccanti. Alla morte del marito, nel 911, assunse la guida del suo popolo di adozione e come governante della Mercia organizzò i suoi sudditi di stirpe sassone contro gli invasori danesi, ormai affacciatisi sulla scena politica inglese con tutta la loro potenzialità dopo i primi anni di sporadiche incursioni. Ricostruì fortezze, preparò spedizioni militari e, sembra -ma qui la leggenda si mescola alla realtà storica- che durante la Battaglia di Corbridge (vi sono due date contese: 914 e 918 d.C.) abbia guidato lei stessa uno dei contingenti al servizio del re degli Scoti Causantin MacAeda contro il sovrano della Northumbria norrena e dell'isola di Man, Rögnvaldr. Alla sua morte, nel 918, per un breve periodo fu la figlia Ælfwynn a prendere il potere ma senza il polso della madre -e l'amore incondizionato del suo popolo- lo zio Edoardo la depose senza molti riguardi l'anno successivo, chiudendo di fatto il minuscolo ma glorioso capitolo delle "Signore di Mercia".




Lady Godiva, il mito e la straordinaria realtà.

Godgyfu, meglio nota come Lady Godiva,è universalmente riconosciuta come simbolo di ribellione. Vissuta intorno alla metà dell'anno mille è nota a tutti per la sua cavalcata senza veli.

La leggenda.
Donna di grande sensibilità, quando ritenne che suo marito, Leofric conte di Mercia, stesse esasperando il popolo con una tassazione spropositata provò a farlo ragionare. L'uomo, sprezzante, pare le abbia detto "Abbasserò le tasse se tu cavalcherai nuda per le strade di Coventry" cosa che lei fece, con gran stupore di tutti, ottenendo così la riduzione del peso fiscale per il popolo. La prima testimonianza scritta di questa storia è del 1230 circa, a opera di Roger di Wendover. (Peeping Tom, il guardone che non resistette e la spiò rimanendo cieco per punizione divina, fu aggiunto nel 1600).

La realtà.
La sua famosa cavalcata è ovviamente una leggenda a tutti gli effetti, ispirata da antichissimi riti pagani legati alla fertilità. Ma Godgyfu, Dono del Signore, merita di essere ricordata per un diverso primato storico e ben documentato. Lei fu l'UNICA DONNA a rimanere proprietaria delle sue terre a seguito della conquista normanna dell'Inghilterra. E questa assoluta eccezione non è giunta fino a noi attraverso voci distanti nel tempo o dicerie locali. E' registrata nel DOMESDAY BOOK, la raccolta del grandioso censimento commissionato da Guglielmo il Conquistatore per conoscere il suo nuovo regno!

Forse non sapremo mai come poté questa nobile signora, unica donna, resistere ai pogrom e alle espropriazioni che fecero seguito all'arrivo dei normanni ma resta il fatto che esserci riuscita è un'impresa che supera qualsiasi leggenda...




La condottiera saracena senza nome

«C'è...da stupirsi del rapporto fra me e te: io sono come una donna senza figli, ristretta su un colle di terra, priva di qualsiasi soccorso, mentre tu sei re d'un territorio che ci vuole mezzo mese a percorrere, hai eserciti di cui è piena la terra, tesori, denari, fidi consiglieri. Questo tuo soffermarti ad assediarmi ti ha preso e distratto dai tuoi più alti affari politici. Io ti ho arrecato maggiori danni di quanti tu ne hai arrecato a me, ti ho inflitto perdite maggiori di quante tu a me...Ora non dispero di averti un giorno nelle mie mani, sinché mi resta fiato in corpo. Ti combatterò e ti tenderò insidie sino alla consumazione di ogni provvista in questa rocca, e sino a che i miei difensori non ce la facciano più»

Sicilia, anno del Signore 1223.

A pronunciare queste parole è la figlia di Muhammad ibn Abbad, morto l'anno precedente nella lotta contro l'imperatore Federico II. Di lei non conosciamo quasi nulla e la sua storia-leggenda ci è nota solo attraverso le parole di un cantore andaluso del XIV secolo. Chiusa nella fortezza di Entella, resistette dal 1222 al 1223 all'assedio delle forze cristiane, decise a porre termine alla indipendenza dell'ultima enclave musulmana di Sicilia. A seguito di un inganno riuscì a catturare 300 cavalieri di Federico. Li uccise tutti e fece appendere le loro teste ai contrafforti del massiccio roccioso dove era asserragliata. Quando infine ogni resistenza divenne vana si suicidò per non cadere nelle mani dei suoi nemici.

Più leggenda che storia, resta comunque di grande interesse il fatto che proprio fonti musulmane medievali abbiano esaltato la figura di questa virago indomita e terribile.
Elaborazione grafica da The Art of Gambargin

sabato 29 dicembre 2018

Quattro chiacchiere sulla saga Il Giglio e il Grifone con Veronica Ambrosino


Veronica Ambrosino, studiosa, ricercatrice, autrice del saggio Speziali a Siena nei secoli XIV-XV e grande appassionata di medioevo e romanzi storici mi ha rivolto sette interessanti domande sulla trilogia Il Giglio e il Grifone. Un'ottima occasione per fare il punto mappa del grande viaggio letterario iniziato più di dieci anni fa.
Potete seguire la sua pagina di recensioni e notizie librarie su facebook: Recensioni medievali di Veronica Ambrosino

Ciao Giovanni. Con i tuoi primi due romanzi della trilogia Il Giglio e il Grifone mi sono innamorata del tuo modo di scrivere e delle storie che racconti. A tal proposito vorrei porti alcune domande:

Perché hai definito la trilogia proprio "Il Giglio e il Grifone", e non in altro modo?

L'idea di scrivere un romanzo ambientato nel medioevo l'ho avuta dieci anni fa grazie alla fascinazione che alcuni paragrafi del libro di Philippe Contamine, "La guerra nel medioevo", avevano avuto su di me. Le guerre di Luigi VI detto il Grasso contro i numerosi baroni ribelli avevano attirato la mia attenzione e approfondendo l'argomento con altri testi, fra cui gli scritti dell'abate Sugerio coevo del periodo, provai quel fremito ormai noto che mi percorre quando ho fra le mani il materiale per un romanzo. Inizialmente, dunque, il Giglio doveva essere riferito a Luigi VI mentre il Grifone sarebbe stato uno dei ribelli (nello specifico l'embrione di Ademar, uno dei primi personaggi che ho ideato). Durante la prima stesura mi accorsi che l'ispirazione puntava in altre direzioni, pur rimanendo ancorata al periodo storico scelto. Cambiai quindi alcune cose; decisi per avere due ragazzi, Guibert e Bertram, come protagonisti e dato che Il Giglio e il Grifone era evocativo e congeniale lo mantenni lo stesso per nominare l'intera saga.


 



Perché hai scelto come ambientazione, dei tuoi romanzi, proprio la Francia e non magari l'Italia che pullula di medioevo quasi ovunque?

In parte per le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere, come accennavo nella prima risposta, e in parte perché sono sempre stato convinto che per parlare di argomenti importanti e sentiti, come per esempio il medioevo in Italia che studio con grande passione, sia necessiaro un lungo periodo di gavetta, per affinare la tecnica narrativa e costruirsi una credibilità, così da poter dare il giusto valore alle storie in un certo senso di maggior peso come quelle che possono dar lustro al nostro passato. Da quando ho iniziato a scrivere ho sempre mantenuto fede a questo mio personale modus operandi.

Quando hai ideato il personaggio principale della trilogia: Guibert, ti sei ispirato a qualcuno in particolare? Non ti conosco di persona ma Guibert mi ha dato l'impressione che assomigli molto a Giovanni, in alcuni tratti caratteriali. Mi sbaglio?

Per Guibert e Bertram non ho utilizzato modelli in maniera consapevole, sono un collage delle mie esperienze personali e non, vengono da letture recenti e più lontane nel tempo. Sono entrambi personaggi giovani e ancora chiusi in una sorta di guscio, all'inizio della vicenda. La loro maturazione interesserà l'intero arco narrativo e di tutte le ristesure i loro capitoli sono stati quelli più difficili. Quando inizia a scrivere questa saga avevo ventisei anni, ora ne ho trentotto. Ho dovuto più volte rivedere le fasi di crescita di Guibert che non seguiva, ovviamente, le mie tempistiche nella vita reale. Forse all'inizio la nostra spensieratezza e voglia di emergere coincidevano ma poi mi sono ritrovato a dover gestire la sua crescita molto più lenta della mia e quando alcuni miei sogni sono svaniti e altri si sono realizzati ma sotto forme inaspettate Guibert era ancora lì, nei suoi anni giovanili, pieno di illusioni e estremismi tipici della sua età che ormai a me non appartenevano più. Forse il personaggio più affine a me è Reinar, in realtà.

 



Nei romanzi dai ampio spazio anche ad alcuni personaggi femminili. Come ho detto nelle mie recensioni ho amato particolarmente Ildegaris e Sigalsis: madre e figlia. Tremendamente diverse ma al contempo uguali. Con loro emergono due caratteri molto forti. Perché hai deciso di dare questo carattere forte a dei personaggi femminili, quando generalmente la donna medievale era la sottomessa per antonomasia alla società maschilista che la circondava?

Il carattere si forma nelle avversità. Se su dieci donne in qualche modo oppresse da una società maschilista nove accettano di rimanere nell'angolo dove le si vorrebbe quella che rifiuta e riesce a ricavarsi il proprio spazio diviene un essere capace di attrarre ammirazione e rispetto. Sigalsis è la controparte femminile di Ademar, tutti e due sono risoluti entro i limiti che la legge degli uomini e di Dio ha imposto loro. Sono dei leader, non dei ribelli e come tali agiscono. All'interno del convento Sigalsis impone la propria enorme volontà, infatti. Ildegaris è più complessa, figlia di un tempo nel quale amore e matrimonio erano due rette parallele che quasi mai spezzavano le leggi euclidee per incontrarsi. Lei però è forte, fiera e soprattutto ha bisogno di essere amata. A suo modo è risolutezza anche lei ma meno strutturata, meno pianificata. Lei è sentimento, mentre la figlia è puro raziocinio.

Questa domanda è stata fatta anche a me in un'intervista e te la ripropongo volentieri: generalmente, a torto, il Medioevo viene associato alla definizione "secoli bui", ed invece...

Ogni giorno precedente all'attuale è arretrato, se proprio vogliamo. Venti anni fa non avevamo alcune cure mediche, fra trentanni ne avremo alcune che oggi possiamo solo sognare. Il medioevo non è assenza di progresso, né retrocessione culturale. E' una delle tanti fasi di passaggio della storia dell'uomo, durante la quale alcune crisi si sono ricomposte. Non è il medioevo che ha soppiantato l'antichità, semmai è l'antichità che è venuta meno, per tantissime ragione, lasciando dei vuoti e delle grandi opportunità per gli europei della fine del mondo romano. Vedo il periodo medievale come una grande fase di costruzione, una frontiera verso la quale la cultura e la società si è lanciata facendo suoi spazi, idee e concetti.

 



Ultima domanda: toglimi una curiosità: hai altre idee su possibili romanzi a carattere medievale per il futuro?

Assolutamente. Di solito viaggio con due o tre romanzi abbozzati e una decine di buone idee da sviluppare. Quando mi sento pronto inizio una storia e mi lascio condure da lei nel viaggio della scrittura. In questo momento sto facendo ampie ricerche per parlare della mia città, Civitanova Marche, agli inizi del XII secolo. Inoltre sto lavorando a una lunga storia che parlerà del passato di Ademar il Leone, padre di Guibert, con la quale scioglierò il mistero della madre del giovane che lui non ha mai incontrato.
I primi due romanzi con i loro titoli fanno riferimento al fuoco: forgiati dalla spada e temprati dal destino. Perché l'ultimo non ha riferimento al fuoco bensì al canto?

Il fuoco che distruggerà le vite dei protagonisti obbligandoli a lasciare la propria terra li vedrà, nell'ultimo capitolo, uniti da una sorta di legame a distanza; rivolti verso quello che credono essere l'unico scopo della propria esistenza: la vendetta. Il loro è quasi un canto, come un coro gregoriano, dove le voci si uniscono e si innalzano su note comuni. Da qui il nome per chiudere la vicenda.

Grazie Veronica, è stato un vero piacere rispondere alle tue domande. Appuntamento alla prossima pubblicazione, sono già al lavoro!
 



Siete a un click dall'avventura! 
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giovedì 13 dicembre 2018

La via del guerriero.

Chi preparava e come i cavalieri? Quali erano le tecniche, come si svolgevano gli esercizi? Si formavano delle classi o ognuno riceveva una preparazione individuale?
Sparring trecentesco? O duello per l'amore di una donna?


Tante domande, decine di supposizioni e, invero, pochissime risposte. Come già notavo in questo post pubblicato sulla pagina facebook de Il medievalista sono scarse le testimonianze documentarie precedenti il pieno XIV secolo. Non ci è pervenuto un manuale del perfetto cavaliere normanno, se anche sia esistito cosa tutt'altro che sicura dato che le modalità di addestramento potevano essere ben tramandate da una generazione all'altra senza per questo essere poste per iscritto. Sappiamo che Guglielmo il Maresciallo, vissuto a cavallo fra il XII e il XIII secolo, era in grado di compiere prodezze davvero notevoli ma la cronaca della sua vita non ci fornisce dettagli, nonostante che sia stato il prototipo del cavaliere perfetto. I giovani di buona famiglia venivano inviati in altre corti amiche, molto frequente all'epoca il ricorso agli zii materni, per divenire cavalieri ma resta comunque lacunosa la questione dei molti preparati alla guerra nonostante le umili origini: milites secundi e sergenti. Proprio su questo argomento sto studiando/sudando con grande entusiasmo.

  

Per trovare delle risposte più o meno esaustive a queste domande ho iniziato a cercare per vie oblique, indagando attraverso le fonti più disparate e apparentemente non inerenti l'argomento. Ogni tanto trovo una parola scritta per intendere altro, un esempio, un racconto fatto col presupposto che siano noti i dettagli che invece a me interessano. Questo lungo lavoro somiglia molto al costruire un enorme puzzle di cui si sia perduto il disegno finale. Cerco gli incastri a tentoni, con migliaia di pezzi sparsi per tutta la casa (con tanto di scrivania ormai sepolta!).


Questa ricerca mi sta impegnando da diverso tempo, nell'ambito di un progetto più grande che ho intrapreso da alcuni mesi. Fra le molte fonti, alcune ancora al vaglio, ce n'è una che vorrei mostrarvi, soprattutto perché  si tratta di una Chanson de Geste e la storia narrata è davvero notevole.



Leggendo il Roman de Silence, di un non meglio conosciuto "Maestro Heldris di Cornovaglia" ho trovato alcuni versi che mi hanno fatto sobbalzare, tanta l'immediatezza e la sincerità, per l'autore scontata, di quel che riportavano. La vicenda narrata è l'epica storia di una giovinetta, figlia del conte Cador di Cornovaglia, costretta a vestirsi e comportarsi da maschio sin dalla nascita. Il motivo è la crudeltà del re Ebain d'Inghilterra che ha vietato alle donne di ereditare i feudi. Preoccupati di perdere tutto, perché incerti sulla nascita di un maschio dopo la bambina, i genitori nascosero l'identità sessuale della primogenita e la inviarono lontana dalla corte, con il nome -emblematico- di Silenzio.
Un cavaliere in cerca di redenzione, una dama da glorificare nella lizza, una vendetta da compiere durante il più grande torneo della Contea. La storia dell'amore puro e disperato di un uomo in disgrazia per una nobildonna custode di un terribile segreto.


Complice della congiura è un senescal, un siniscalco. Questa figura storica nel romanzo va intesa nel senso etimologico della parola: servitore anziano. In generale, nell'epoca di Heldris di Cornovaglia (XII secolo) il siniscalco era un guerriero esperto e fidato di solito impegnato in compiti amministrativi. Queste prerogative, nel testo del Romance, non vengono citati perché ininfluenti alla vicenda. Quello che invece interessa alla nostra indagine è il fatto che tale senescal può fungere da mentore e istruttore di questo rampollo senza che nessuno ne venga insospettito. Insomma, è un'alternativa all'invio presso una corte amica del primogenito, come erano soliti fare per garantirgli l'addestramento alla guerra, necessario.



Dont ont le senescal mandé2187
[...]
Receüs est par grant amor2189

Quindi il siniscalco viene chiamato
[...]
Viene ricevuto con grande affetto. 
(Amore, dice il testo, ma è cavalleresco affetto fra rudi combattenti)

Egli ha una dimora, una casa fortificata, e servitori. Di questi si preoccupa, almeno all'inizio. 

Vient en sa maison et si se cuevre2218
Viers privès, viers estrange gent

Arriva alla sua residenza e si nasconde
Ai suoi servi, agli estranei. 
(Non deve stupire che la dimora di un uomo importante sia frequentata da viaggiatori, gli estranei a cui si fa riferimento)

Quando la piccola raggiunse l'età
Pot dras user2359

Per indossare vestiti


La bambina cresce e il siniscalco, su pressione del conte Cador, continua a istruirla come se fosse un maschio. Ecco i versi più interessanti. 



Li senescals por essaucier2359
Et por aprende a chevalchier
Le mainne en bos et en rivieres

Il siniscalco per rinforzarlo
e per insegnargli a cavalcare
lo conduce per boschi e rive di fiume 


(molto interessante il rimando alle rive dei fiumi, dove il terreno selvaggio e incolto doveva essere davvero un arduo banco di prova per il giovane cavallerizzo)

Sel mainne plus sovent el halle2473
Par cho quel violt faire plus malle

Ancor più sovente lo conduce nell'arsura (o sotto il solleone)
perché vuole farne ancora di più un uomo (un vero uomo!)

Piccoli pezzi, che dicono poco eppure aprono orizzonti per approfondire. Cavalcare, certo, è ovvio. Ma per per boschi e fiumi, fra rami e rovi dove anche il cavallo è messo alla prova. Poi resistere al caldo, addestrarsi sotto al solleone per temprare il fisico alla fatica, alla sete. Sono tutti dettagli interessanti. La storia continua, il siniscalco è molto vicino a Silenzio/a che cresce e sembra ormai un ragazzo a tutti gli effetti. E anche bravo, sentite qua

Quant il joent a la palaistre2494
A bohorder, n'a l'escremir
Il seus fait tols ses pers fremir

Quando giocano alla palestra (facevano ginnastica, letteralmente)
a giostrare (o più correttamente a compiere evoluzioni a cavallo) e nella scherma
Fa fremere/tremare tutti i suoi pari

Fantastico! Ginnastica, evoluzioni a cavallo e scherma, esercitazioni in gruppo che ovviamente tutti noi appassionati presumiamo ma che, nel rispetto della storia, dobbiamo trovare confermate dalle fonti. Silenzio/a è superiore a tutti gli altri ragazzi con cui (implicitamente) compete nel perfezionare il suo addestramento.


Concludo questa minuscola intrusione nella vastità dell'argomento con la promessa di tornare presto a parlarne.
STA PER ESSERE PUBBLICATO L'ATTESISSIMO FINALE!



lunedì 19 novembre 2018

L'ultima offensiva. Il mio primo romanzo.



L'ultima offensiva è il primo romanzo che abbia scritto. Iniziai la sua stesura dodici anni fa, quando ancora non avevo nemmeno un account facebook. Ero di guardia nella centrale operativa dell'istituto di vigilanza per il quale lavoravo, era una serata d'estate nella quale troppi pensieri si accavallavano senza che ci fosse molto da fare, quella notte di ladri in giro non ce n'erano e tutto taceva sui monitor. Aprii word e scrissi di getto una frase che ancora conservo, anche se non è mai finita nel testo finale:


"Alla fine, che si muoia o si sopravviva è solo una questione di corpi. La guerra uccide l'anima."



Allora mi venne in mente una scena di battaglia, ambientata durante l'offensiva delle Ardenne. Due righe divennero un raccontino che poi si allargò mentre nuovi personaggi e nuove situazioni premevano per avere spazio.
Ancora oggi, dalla sua pubblicazione nel 2011, è il mio romanzo più letto, apprezzato per il realismo e per la sua assoluta imparzialità. Una bellissima soddisfazione sapere che le radici erano già ben salde e l'albero ancora oggi rigoglioso! 

Il romanzo vi attende a questo link👉L'ultima offensiva
Buona lettura!

giovedì 15 novembre 2018

Guardiani di Miklagarðr. La Guardia Variaga.





Τάγμα των Βαράγγων - La Guardia Variaga.

1. L'origine.

L'origine di una delle formazioni militari più famose del Medioevo è datata 987 d.C., quando l'imperatore Basilio II chiese a Vladimiro il Grande, principe di Kiev, uomini abili con le armi da reclutare e condurre in battaglia contro il ribelle Vardas Foca, durante una delle innumerevoli guerre civili che sconvolsero l'impero romano d'oriente. Secondo la cronaca di origine Rus "I racconti dei tempi passati", attribuita a vari autori fra cui Nestore di Pečerska, Silvestro di Kiev e il principe Mstislav il Grande, Vladimiro approfittò della richiesta per liberarsi di circa seimila guerrieri che non riusciva più a pagare e che minacciavano di ribellarsi da un momento all'altro. 

L'efficacia di questa forza combattente fu tale che nel periodo di governo di Basilio si codificò l'inquadramento reggimentale dei Variaghi e si misero in atto tutte le norme di addestramento, armamento e impiego tattico. Da quel momento, strettamente legati alla figura più elevata dell'intero universo romano d'oriente, i Variaghi saranno sempre presenti nelle vicende dell'impero. Vengono ricordati e lodati per la loro fedeltà, nonostante non manchino episodi tutt'altro che lusinghieri, come quando Alessio I Comneno, presentatosi davanti alle porte di Costantinopoli per reclamare il seggio imperiale dallo sconfitto Niceforo III, vide tutte le forze a difesa della capitale disertare in suo favore tranne appunto i Variaghi che si strinsero intorno all'imperatore fedeli al proprio giuramento. Niceforo abdicò e Alessio confermò il ruolo di Guardia di Palazzo ai Variaghi senza alcuna esitazione.

Un appassionante racconto d'amore e riscatto.
 


2. L'avvicendamento anglosassone. 

Se la presenza di anglosassoni/anglodanesi nelle fila della Guardia Variaga è facilmente spiegabile nel periodo della conquista normanna delle isole britanniche, molto interessante è la completa trasformazione della stessa da prevalentemente scandinava-rus a totalmente inglese nel corso dei secoli. Nel 1204 è il cronista Geoffroy de Villehardouin che racconta gli eventi della Quarta Crociata e menziona i difensori delle mura del porto di Costantinopoli, assaltate dai crociati francesi e veneziani e li indica come Inglesi e Danesi. 

>Riguardo l'emigrazione inglese a Costantinopoli è in preparazione un articolo dettagliato, di prossima pubblicazione.<

Questa lunghissima partnership fra uomini di lingua inglese e i bizantini si può storicamente spiegare adducendo il fatto che una volta aperto un canale "commerciale", se le parti si mantengono leali e la domanda e l'offerta equilibrate, tale canale permarrà nel tempo ma se, un bel SE,  questi "nuovi" Variaghi di stirpe inglese, accaparratisi il monopolio della Guardia avessero abitato ben più vicino a Costantinopoli di quanto si è portati a credere? C'è una leggenda che narra  della fondazione di una patria per gli anglosassoni sconfitti a Hastings nel 1066, detta Nova Anglia. Secondo due cronache di non immediata interpretazione essa fu creata dall'esule di Siward Barn, un potente conte in fuga con i suoi seguaci dall'Inghilterra ormai perduta in favore dei normanni. 




3. Compiti operativi.  

Giovanni Kantacuzeno, imperatore di Bisanzio dal 1347 al 1354, il quale ci ha lasciato un trattato storico molto dettagliato sul suo tempo. In un passaggio egli cita i "τούς πελέκυς έχοντας Βαράγκους" "Variaghi portatori di ascia" come guardiani delle porte delle città nelle quali risiede l'imperatore, dicendoci quindi tra le righe che essi sono ancora la sua guardia personale, che lo segue e protegge ovunque egli risieda. 

Oltre alla protezione personale dell'imperatore e alla custodia dei suoi luoghi, i Variaghi venivano spesso condotti in battaglia. Tatticamente possiamo inquadrarli come fanteria pesante, dotata di corazze complete e armata di lunghe asce, spade, lance ma, sembrerebbe, non dotata di armi da lancio. Operava quindi di concerto con le altre unità specializzate dell'esercito, soprattutto i temibili arcieri a cavallo che per tutta la storia di Bisanzio furono il nerbo delle armate romane. Quando si trattava di combattere nemici veloci negli spostamenti, rapidi negli attacchi quanto nelle ritirate, i Variaghi formavano una specie di fortezza di acciaio e carne intorno alla quale le operazioni offensive venivano condotte e quelle difensive organizzate. Controllavano i bagagli e le salmerie. Quando invece il nemico aveva una forza di fanteria di una certa importanza, o tattiche volte all'urto e non al mordi e fuggi, i Variaghi venivano schierati al centro e in prima fila. 




4. Fino al 1453?

 Έπειτα έρ­ χονται καί πολυχρονίζουσι καί οί Βάραγγοι, κατά τήν πάτριον καί οδτοι
γλώσσαν αύτών, ήγουν έγκλινιστή

"Infine vengono i Variaghi che augurano lunga vita all'Imperatore nel linguaggio della loro terra, chiamato inglese, e allo stesso tempo battono le loro asce con grande clamore"

Tutte le volte che leggo questo pezzo mi vengono i brividi. Li vedo, li vedo proprio a colpire i pavimenti di marmo e urlare la loro fedeltà al basileus!
Questa è l'ultima menzione nota della Guardia Variaga. A scriverla si ritiene sia stato Giorgio Codino, conosciuto anche come Pseudo-Kodinos, che fu curopalate (un ufficiale di palazzo, anche se al tempo del Codino carica ormai puramente onorifica). Visse alla fine dell'impero bizantino, la sua data di morte si colloca intorno al 1453, l'anno della caduta definitiva di Costantinopoli. La sua testimonianza rende legittimo (e affascinante) ipotizzare che le "guardie del corpo" più famose del medioevo terminarono di esistere quel fatale 29 maggio 1453, spalla a spalla con l'ultimo imperatore Costantino IX... Emozionante! 

Sei a un click dalla Saga medievale più realistica mai letta... Per Ademar e San Girs!

giovedì 8 novembre 2018

La fine del Re Orso

Oggi voglio raccontarvi di un intrigo dalla lunga gestazione ma dall'esito irrevocabile. Una vera e propria usurpazione, quasi un golpe in stile anni di piombo, con tanto di propaganda feroce volta a distruggere l'avversario a livello morale.

Il re detronizzato è l'orso. Un animale caro alla cultura celtica, slava e germanica, dotato di forza e caratteristiche umane ascrivibili tutte al "buon" (per loro) capo. Esistono studi -Irving Hallowell "Bear ceremonialism in northern hemisphere" per esempio- che ne attestano la venerazione sin dal neolitico, come animale totem. La tradizione orale prosegue nei secoli e supera quasi indenne il periodo romano, di fatto molto tollerante nei confronti di culti locali se innocui ai fini dell'ordine pubblico. Una delle cause della grande popolarità dell'orso va sicuramente attribuita al suo aspetto antropomorfo, fra popolazioni meno inclini al filosofeggiare sull'anima e l'invisibile.

L'orso non solo può reggersi sulle zampe posteriori ma ha anche una forza straordinaria, un carattere indomito e regale. Caratteristiche elitarie, degne di uomini destinati a guidare il proprio popolo alla gloria e al trionfo. Il più forte dei "combattenti" animali non poteva che ispirare dunque anche paralleli con l'equivalente guerresco umano.

A tal proposito come non citare le figure, in gran parte mitizzate, dei folli guerrieri ber-serkir vestiti -ma molto spesso svestiti, preferendo mostrare i gioielli di famiglia in battaglia- di pelli di orso (andavano molto anche i lupi e le renne NdA).


Ma c'è di più, perché un vero guerriero non praticava certo l'astinenza, al contrario l'appetito sessuale doveva andare di pari passo con la fame di cibo e la sete di sangue. E l'orso era ritenuto una sex machine di prima classe. Inoltre era credenza diffusa che lo facesse more hominum, sì: come gli uomini! Tutta colpa di Plinio il Vecchio che nel libro VIII della sua Naturalis historia scrisse Eorum coitus hiemis initio, nec vulgari quadrupidem more sed ambosus cubantibus complexisque - L'accoppiamento di questi ultimi ha luogo all'inizio dell'inverno e non avviene nel modo consueto di tutti i quadrupedi, ma i due animali stanno sdraiati e abbracciati. Da qui a ipotizzare incontri animaleschi con prosperose ragazza umane il passo dovette essere immediato.
L'antropologo Daniel Fabre, nel suo studio Jean de L'ours, raccoglie decine di versioni dell'omonimo racconto popolare. La vicenda narra di una donna rapita da un orso e del figlio nato dalla violenza dell'animale, una delle leggende più popolari dei Pirenei. Il ragazzo salverà la madre e vivrà una serie di avventure fino al lieto fine, sposando una principessa.

L'orso possedeva dunque caratteristiche molto particolari. Riuscite a indovinare a quale istituzione tutto questo non potesse proprio andare giù? Alla Chiesa, ovviamente. In fondo essa mal tollerava negli uomini atteggiamenti violenti e lascivi, figurarsi accettare l'influenza dell'orso che se proprio non dall'inferno, sicuramente da Gomorra sembrava provenire. Il re, umano, era scelto dal Signore, il paragone con quello degli animali non andava per niente bene...

Ursus est diabolicus 

Afferma Sant'Agostino nel XVII capitolo del suo "Sermones" e la frase divenne una sorta di mantra. Il Nemico andava combattuto, distrutto e ovviamente sostituito perché un capo occorreva sempre, ma più incline ai valori del Cristo piuttosto che alle oscure tradizioni delle foreste.
Non c'è salmo o santo che tenga, sotto fronde come queste comanda Váli

Per compiere l'operazione occorsero secoli ma il piano era caparbio e soprattutto seguì un preciso metodo che lo rese infallibile. Prima di tutto occorreva demonizzare la belva, e come abbiamo visto si partì da lontano, con Sant'Agostino e non mancano le finezze filosofiche. L'orsa viene considerata più forte del maschio della sua specie e questo era un difetto, fin troppo marcato in un'epoca che non brilla certo per i diritti delle donne. Tommaso di Cantimpré nel suo Liber de natura rerum non usò mezzi termini e affermò che solo un altro animale diabolico aveva questa caratteristica: il leopardo (ne parleremo meglio più in là). L'orsa viola le leggi di Dio che ha creato le femmine sottoposte ai maschi in tutto il creato. Tranne dove il diavolo è riuscito a mettere lo zampino, ovviamente.

Una volta stabilita l'affinità fra il Nemico pubblico numero uno (Satana) e l'animale orso, fu il momento di domarlo, di strapparlo via dalle profondità delle foreste nelle quali regna. Toccò ai Santi il lavoro sporco: eccoli dunque impegnati a combattere orsi mangiatori di asini, come Sant'Amando che costrinse la belva a portare la soma al posto dell'asinello assassinato; oppure San Vaast che aggiogò l'orso che ha ucciso il suo bue all'aratro e lo obbligò a terminare il lavoro nei campi. San Gallo addirittura schiavizzò un gigantesco orso e ne sfruttò la formidabile forza per costruire l'eremo che evolverà nell'omonima abbazia.
"Cosa? Ancora 1200 anni prima della nascita dei sindacati? Non ce la posso fà!"

Da ultimo il colpo finale, la "damnatio memoriae" che non può certo obliare la presenza fisica dell'animale ma dissolve la sua regalità. L'orso venne ridicolizzato. Portato in giro con una museruola, pungolato alle fiere, costretto a ballare davanti al popolino che non lo teme più, il gigante detronizzato perse il rispetto e si obliò il ricordo della sua autorità in brevissimo tempo. Gli uomini di Chiesa erano sempre disposti a chiudere un occhio nei confronti dei pur sempre mal tollerati saltimbanchi: era sufficiente che essi portassero con loro un orso reso macchietta di sé stesso. E così, a partire dal XIII secolo, gli orsi scomparvero dagli elenchi dei serragli e dei regali più preziosi per i re e i nobili maggiori, segnale evidente dell'ignobile fine del suo prestigio. 

L'orso, sconfitto, venne sostituito da un nuovo re. Il leone salì sul trono e lo artigliò così stretto che ancora oggi la sua dinastia regna indisturbata sul mondo animale. 

Perché proprio il leone? Questa è tutta un'altra storia... 

giovedì 1 novembre 2018

Owen Lawgoch. Storia del più grande avventuriero gallese.


La storia che sto per narrarvi inizia alla corte di Francia, all'incirca nel 1350. Un giovane cavaliere dai capelli rosso fuoco ha appena chiesto e ottenuto udienza presso re Filippo VI. Il ragazzo è accecato dall'odio per gli Inglesi, divampa il suo ardore davanti al re che accetta di buon grado la sua spada. Un nemico del proprio nemico è sempre un amico, recita un antico adagio. Inoltre il ragazzo non è solo ma ha un seguito ben armato e fedele. Sembra che ci si possa fidare di lui, anche quando afferma di essere l'unico parente ancora in vita di Llywelyn ap Gruffud, l'ultimo sovrano gallese sconfitto da Edoardo I (il martello degli Scoti e pure dei Gallesi -dovrò parlare anche di lui prima o poi).


"Sono Owen ap Thomas ap Rhodri Lawgoch, discendente ed erede dell'ultimo re del mio paese." così si era presentato. In effetti Rhodri, nonno di Owen, era un fratello di Llywelyn, anche se aveva poco onorevolmente scelto la via del compromesso con la corona d'Inghilterra e in cambio di una buona tenuta al confine non aveva preso parte alla guerra che aveva di fatto reso vassallo il suo paese. Il figlio, Thomas, allo stesso modo non rivendicò mai il proprio legame con la casa reale del Gwynned. Nonno e padre di Owen si trovavano a proprio agio nei panni dei placidi signorotti di campagna nelle loro terre nel Surrey e nel Cheshire. Owen decisamente no. Addestrato alla guerra, come era comunque prassi se non si avevano contatti con le alte cerchie ecclesiastiche per sistemare i propri pargoli, parte per l'avventura. Prima tappa, come abbiamo visto, la corte di Francia.



Non è chiaro perché, con il padre ancora in vita e in rapporti più che amichevoli con la corona d'Inghilterra, Owen abbia deciso di ribaltare completamente quella pacifica situazione schierandosi con il nemico. Froissart il cronista che descrive l'arrivo di Owen in Francia non ci fornisce alcuna spiegazione. A mio avviso -SI TRATTA OVVIAMENTE DI UN'IPOTESI- il giovane, come spesso accade, seguì il naturale istinto di ribellione verso le paterne abitudini, soprattutto se queste cozzavano con la preparazione militare ricevuta che non poteva prescindere da canti e racconti sulle gesta dell'avo Llywelyn. Un animo focoso, come vedremo, alimentato da simili storie e leggende sul passato della propria famiglia non poteva che sentire come soffocanti i confini dei pascoli e delle coltivazioni della famiglia.



Morto Filippo VI Owen rimane comunque al servizio della corona sotto il figlio Giovanni e per lui combatte durante la battaglia di Poitiers (19 settembre 1356), secondo quanto racconta il solito Froissart. Non c'è traccia in altro documento della sua presenza sul disastroso campo di battaglia, dove lo stesso re Giovanni venne preso prigioniero. Perduto il proprio protettore, e venuta meno ogni velleità bellica francese dopo la disfatta, Owen e un pugno di uomini si sposta verso l'Italia Settentrionale. Non sappiamo di preciso dove perché questa notizia è mutuato solo indirettamente, in quanto era lì che si trovava quando lo raggiunse la notizia della morte di Thomas ap Rhodri, nel 1365. Molto interessante notare come, a dispetto dei legami millantati, in Inghilterra sembra non vi sia nessuno che ricordi il figlio di Thomas, Owen, tanto che le tenute di famiglia erano state divise e lottizzate secondo procedure comuni presso la corte albionica, in assenza di eredi. Owen, a dispetto dell'odio dichiarato, rientra in Inghilterra e si dichiara erede di Thomas pretendendo la restituzione di tutte le terre dallo stesso re d'Inghilterra al quale si rivolge direttamente(!). Riconosciute legittime le sue rivendicazioni -non abbiamo però gli atti della causa, possiamo presumere che Owen abbia ricevuto sufficienti testimonianze orali a suo favore- egli diviene di fatto registrato come suddito della corona inglese. Questo fatto è molto importante per lo sviluppo successivo degli eventi.

Un racconto medievale da non perdere assolutamente!


Nel 1369 le ceneri del conflitto fra Francia e Inghilterra divampano in incendio. Owen, che nel frattempo non ha certo appeso l'usbergo al chiodo, si ripresenta alla corte di Francia e mette la propria spada al servizio della lotta contro gli Inglesi (nonostante che proprio da loro avesse ottenuto terre e proprietà solo quattro anni prima). Prende parte alla battaglia di La Rochelle, un assedio navale e terrestre da parte delle forze congiunte di Francia e Catalogna contro gli Inglesi padroni della città. Non sappiamo i dettagli della sua partecipazione ma poco dopo la caduta della città, nel Maggio 1372, il re di Francia Carlo V gli affida un comando navale, assegnandogli un numero imprecisato di imbarcazioni, 4.000 uomini e prestandogli 300.000 franchi d'oro. In questa occasione il cronista Jean Froissart è molto più preciso del solito. Nel libro quarto delle sue Cronache racconta che Owen dichiarò ufficialmente sé stesso erede di Llywelyn del Galles, intenzionato a riprendere i territori posseduti dal suo ancestrale retaggio. Yvain de Galles, come viene chiamato dai francesi, stipula un'alleanza con la Francia, in nome della quale, come re del Galles, mai avrebbe dimenticato il prestito concessogli. Guarda caso tutto avviene esattamente in concomitanza con l'accusa di alto tradimento da parte dell'Inghilterra, e relativa confisca di tutti i suoi beni precedentemente acquisiti. A luglio dello stesso anno Owen sbarca nell'isola di Guernsney e sconfigge il capitano della guarnigione Edmund Rose. I sopravvissuti inglesi si ritirano nel castello di Cornet e li resistono all'assedio di Owen.



Carlo V manda a richiamare Owen, ancora suo formale vassallo, richiedendone i servigi. Owen, comunque in una pericolosa situazione di stallo, è costretto a abbandonare l'assedio e ritornare in Francia. Doveva trattarsi di una breve campagna per conquistare l'ultimo baluardo inglese a La Rochelle, il castello, rimasto nelle loro mani dopo la caduta della città ma le cose precipitarono. Occorse un anno intero per raggiungere lo scopo, periodo durante il quale Owen si ritrova più volte a dover cedere il passo al ben più carismatico Bertran du Guesclin (e anche per lui verrà il tempo di una monografia qui nel blog). I due combattono insieme per diversi anni, prima in Bretagna, poi in Spagna e di nuovo in Francia. Durante questo periodo il re di Francia tiene Owen in sospeso, rimandando di continuo il promesso nuovo finanziamento per la campagna in Galles. Owen, da parte sua, non smette mai di dichiarare la propria legittima pretesa al trono, allarmando Edoardo III d'Inghilterra e il suo successore, Riccardo II. Proprio quest'ultimo, salito sul trono nel 1377, decide di chiudere "il caso Owen" una volta per tutte. Viene assoldato un assassino, un uomo di umili origini scozzesi -e dunque notoriamente nemico dell'Inghilterra agli occhi di Owen- di nome John Lamb il quale parla il gaelico e facilmente conquista la fiducia di Owen sin dal primo contatto, avvenuto mentre il cavaliere assedia la fortezza di Mortaigne, nei pressi di Bordeaux. Durante una delle lunghe notti dell'assedio Lamb uccide Owen colpendolo alle spalle con una lancia, e scappa poi verso il castello.



La mattina seguente viene trovato il cadavere di Owen. I suoi uomini sono distrutti dal dolore, lo seppelliscono con tutti gli onori nella chiesa di Saint Leger, poco distante. Giurano furiosi sulle loro spade che avrebbero preso Mortaigne e ucciso tutti i suoi difensori. Il destino però ha deciso per una soluzione differente. Un contingente inglese di notevole dimensioni arriva per liberare la fortezza e i soldati francesi e guasconi di Owen si arrendono. Restano solo i gallesi e i bretoni, che non dimenticano il giuramento fatto e si rifugiano nella chiesa dove il loro amato comandante è stato appena deposto. Due giorni dura la battaglia per vincere la loro resistenza. L'edificio sacro è protetto da un terreno paludoso che mette in seria difficoltà gli Inglesi. Si arriva addirittura a drenare l'acqua e a sequestrare braccianti agricoli dai paraggi per riempire le fosse. Infine i sopravvissuti, stretti intorno alla tomba di Owen, chiedono di potersi onorevolmente arrendere. Viene loro concesso di allontanarsi con tutte le armi e gli averi, nessuno li avrebbe molestati. Si conclude così l'avventura di Owen dai capelli rossi.

John Lamb, come riporta il Registro dello Scacchiere dell'Erario, ricevette nel dicembre 1378 20 sterline dalla corte d'Inghilterra. "To John Lamb, an esquire from Scotland, because he lately killed Owynn de Gales, a rebel and enemy of the King in France... £20"